L’Ordine del Drago tra storia e romanzo
Lo scorso 3 settembre abbiamo pubblicato la presentazione del volume Vlad III di Valacchia. Il principe e l’Ordine del Drago di Angela Campanella.
A commento di quel testo, Pasquale Amicarelli ha inviato una lunga e articolata disamina.
Non ne condividiamo ogni passaggio, ma riteniamo che offra un contributo utile e meritevole di attenzione. Per questo motivo la riproponiamo integralmente ai nostri lettori.
Il romanzo di Angela Campanella non pretende di sostituire la storiografia su Vlad III. Si propone un’altra cosa: leggere il voivoda a partire dal nome che gli arriva dal padre, e da un sodalizio laico del primo Quattrocento che quel nome ha reso possibile. Il sottotitolo lo dice senza giri di parole. Il vampiro di fine Ottocento resta sullo sfondo; in primo piano stanno la casata, l’insegna e il confine danubiano.
Il ritratto di Ambras, copia del Cinquecento attribuita al voivoda: è ancora oggi il volto da cui ogni racconto, anche inventato, deve decidere se staccarsi o meno.
Che libro è
𝑉𝑙𝑎𝑑 𝐼𝐼𝐼 𝑑𝑖 𝑉𝑎𝑙𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎. 𝐼𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑒 𝑒 𝑙’𝑂𝑟𝑑𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐷𝑟𝑎𝑔𝑜 esce nel 2017, nel 2024 ne circola una ristampa ampliata. Non è un saggio. L’autrice, naturalista e docente di discipline scientifiche, ha alle spalle documentari e prose su Federico II e su alcune figure femminili del Mezzogiorno medievale. Lo si avverte: documenta dove può, inventa dove le carte tacciono.
Tre assi tengono in piedi la trama. Il principato valacco come cerniera tra le monarchie latine e la Porta. Le campagne del voivoda, per le quali esistono testimonianze contemporanee. L’ordine paterno, usato insieme come dato dinastico e come dispositivo romanzesco. La sezione più libera è quella che copre la detenzione ungherese presso Mattia Corvino: lì le fonti si rarefanno e la narrazione prende il sopravvento.
Il protagonista non è il paladino irreprensibile né il mostro da fiera. Campanella lo costruisce come figura spezzata: capace in guerra, chiuso nel rancore, convinto di giudicare e vendicare, incapace di uscire dal solco lasciato dal padre. L’ostaggio presso Murad II, i tre brevi principati, la cattura del 1462 e gli anni di inattività coatta diventano tappe di un fallimento morale prima che politico. Funziona come impianto di romanzo. Come tesi sul Quattrocento va verificata punto per punto.
𝐿𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡à 𝑑𝑒𝑙 1408, 𝑛𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑇𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑖𝑛 𝑟𝑖𝑡𝑎𝑟𝑑𝑜
La 𝑆𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎𝑠 𝐷𝑟𝑎𝑐𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎𝑟𝑢𝑚 non è un ordine monastico-militare. È una cerchia aristocratica voluta il 12 dicembre 1408 da Sigismondo di Lussemburgo, allora re d’Ungheria, insieme alla moglie Barbara di Celje. Qualche tradizione italiana anticipa l’atto al 1387; il testo statutario che abbiamo, in copia del 1707, è quello del 1408. Nel 1433, quando Sigismondo riceve la corona imperiale, Eugenio IV ne conferma le regole.
Lo statuto parla di lotta contro turchi, pagani, scismatici e hussiti, sotto il segno della croce. Lo scopo pratico è un altro: tenere salda, intorno a un sovrano venuto da fuori, la grande nobiltà magiara che lo aveva già messo in scacco. I primi confratelli sono un elenco di potere regionale: il despota Stefano Lazarević, Ermanno II di Celje, il palatino Nicola Garai, Stibor di Stiboricz, Pipo Spano. Più tardi si aggiungono, tra gli altri, Alfonso V d’Aragona e Vitoldo di Lituania. Dopo il 1437 il sodalizio si sfalda: gli stessi «draghi» si combattono. Giovanni Hunyadi e Vlad II finiscono su fronti opposti.
L’emblema è un drago chiuso in cerchio che si morde la coda, spesso con la croce di san Giorgio. Il motto recita: 𝑂 𝑞𝑢𝑎𝑚 𝑚𝑖𝑠𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑠 𝑒𝑠𝑡 𝐷𝑒𝑢𝑠, 𝑗𝑢𝑠𝑡𝑢𝑠 𝑒𝑡 𝑝𝑎𝑐𝑖𝑒𝑛𝑠. I membri di primo rango portano il 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑢𝑚 in vista; il venerdì vestono di scuro e soccorrono le famiglie dei confratelli morti. Non è una milizia di poveri cavalieri. È un patto di fedeltà di corte.
Sigismondo di Lussemburgo. L’ordine nasce per tenere insieme il suo regno, non per raccogliere tesori o riti di un istituto soppresso un secolo prima.
𝐷𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑢𝑚 𝑎𝑙 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜𝑚𝑒
Il passaggio che dà senso al titolo del romanzo è onomastico.
Secondo la ricostruzione più diffusa, Vlad II, figlio illegittimo di Mircea il Vecchio, riceve l’insegna a Norimberga l’8 febbraio 1431 e viene detto 𝐷𝑟𝑎𝑐𝑢𝑙, «il Drago». Il figlio prende il patronimico 𝐷𝑟𝑎̆𝑐𝑢𝑙𝑒𝑎. In romeno 𝑑𝑟𝑎𝑐 indica il drago e, insieme, il diavolo: l’equivoco è già quattrocentesco e basterà, secoli dopo, a Stoker. Vlad II fa stampare il rettile su monete, sigilli e scudo. Quell’uso araldico, più di qualsiasi diploma discusso, fissa il nome.
La stessa investitura, però, non è pacifica. Liviu Cîmpeanu ha sostenuto che il pezzo nuremberghese spesso allegato sarebbe un apocrifo ottocentesco, che la cronaca di Windecke parla di un «Mircea Vodă» non sovrapponibile con certezza, e che Vlad II non compare nelle liste superstiti. Florescu, McNally e Cazacu tengono invece ferma la tradizione. Per la narrativa la tradizione basta. Per chi lavora su stemmi e diplomi resta un avvertimento: il drago valacco è sicuro come emblema adottato; è più incerto come prova di un’ammissione di primo rango.
Su Vlad III il terreno è ancora più sottile. Eredita il nome e, in politica, l’impegno paterno contro la Porta. Non ci è arrivato un atto di ricezione analogo a quello, già dibattuto, del padre. Il romanzo fa bene quando insiste sul lascito di casata più che su una cerimonia personale: è la parte più difendibile del suo disegno.
𝐵𝑎𝑟𝑏𝑎𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝐶𝑒𝑙𝑗𝑒, 𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑡𝑜 𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑢𝑛𝑛𝑖𝑎
Qui la prosa di Campanella piega la biografia verso il gotico.
Barbara (1392-1451) firma lo statuto del 1408 da pari. Amministra feudi, riscuote, fa da reggente quando il marito è assente. La ricerca degli ultimi decenni, in particolare quella di Daniela Dvořáková, ha smontato il cliché della sovrana dissoluta. Quel ritratto — occultista, empia, instabile — nasce soprattutto da Enea Silvio Piccolomini, ostile ai Celje e infastidito dal vedovado boemo della regina tra gli utraquisti. Da lì passa ai compilatori e alle guide di castello.
Nel romanzo quella diceria diventa motore: influssi occulti, pena che si abbatte sulla stirpe, padre che ha rotto il patto. In sede narrativa è un diritto. In sede di presentazione del volume non lo è. Barbara non fonda l’ordine al posto di Sigismondo; lo fonda con lui. Non risulta eretica in senso processuale. È una grande feudataria slavo-ungherese che la polemica umanistica ha trasformato in figura nera: un destino, per ironia, speculare a quello del voivoda che l’autrice vorrebbe sottrarre alla sola fama di carnefice.
𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑖𝑙 𝑇𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎
Nell’intervista editoriale il sodalizio del 1408 viene accostato ai Templari: stesso slancio contro chi sta fuori dalla cristianità latina, stesso alone di segreto, stessa ombra dell’ultimo maestro arso nel 1314. È l’innesto più fragile del libro.
Tra la soppressione del Tempio e Buda passano quasi cento anni. Cambiano lo statuto giuridico, la geografia e lo scopo. I Templari sono religiosi in armi, con regola, voti e una rete di case. I Draghi sono principi e baroni legati a un re. Non risulta passaggio di beni, di archivi o di una linea iniziatica da Jacques de Molay a Barbara o a Sigismondo. La maledizione sul rogo appartiene al ciclo letterario francese, non agli articoli della 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎𝑠.
Ciò che i due istituti condividono è solo una parentela di atmosfera: la croce, il drago come prova o come nemico, e una vita postuma sproporzionata rispetto ai documenti. Come il Tempio è stato risucchiato da ogni racconto cospirativo moderno, così la società di Sigismondo è stata rivendicata, dal Seicento in poi, da casate che si dicono eredi dei Drăculești. In Italia quella galassia ha avuto cronache anche sul Notiziario Araldico. Campanella compare, nel 2022, tra gli insigniti di una cerimonia milanese riconducibile a quel circuito: un dettaglio biografico che spiega meglio di una nota perché l’ordine le appaia materia presente, non solo relitto.
L’accostamento al Tempio, insomma, è un effetto di genere. Regge se il lettore accetta il patto. Non regge se si confrontano gli statuti.
𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑜𝑚𝑎𝑛𝑧𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑜, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎
Due intuizioni restano.
La prima è lo spazio. La Valacchia del XV secolo non è la Transilvania da souvenir. È un principato tributario, premuto da Buda e da Adrianopoli, che dura cambiando suzerain e colpendo i propri boyar quando serve. Vlad III siede sul trono per circa otto anni, in tre tornate (1448, 1456-1462, 1476). Le campagne del 1461-1462, lo schieramento di impalati sotto Târgoviște, le scorrerie oltre Danubio sono fatti. Pio II lo ricorda come uno dei pochi principi che dopo il 1453 non abbiano lasciato sola la frontiera. Quel voivoda esiste, e un romanzo italiano fa un lavoro utile quando lo stacca dal solo registro da horror.
La seconda è l’onta della cattura. Nel 1462 Mattia Corvino lo fa arrestare, dopo una campagna di accuse che lo dipinge voltagabbana. Seguono Visegrád e una semilibertà sorvegliata. Per chi si è formato sull’idea della morte in campo, quegli anni fermi pesano più di una sconfitta armata. Qui Campanella trova il suo tema più pulito: non il sangue da sottrarre ad altri, ma il tempo che non torna. Non ha bisogno del soprannaturale.
I limiti coincidono con le forzature già viste: la pena occulta al posto del calcolo politico; Barbara piegata alla strega di corte; il Tempio usato come antecedente; una lingua a tratti gonfia, che rischia di coprire proprio il dato militare che l’autrice dice di voler salvare. Aletti pubblica narrativa, non monografie. Chiedere a queste pagine ciò che danno Cazacu, Treptow o Florescu è un errore di genere.
Nel campo italiano recente il volume sta a metà. Chi vuole il voivoda senza sortilegi può rivolgersi al 𝑉𝑙𝑎𝑑 di Luca Arnaù (Mursia, 2025) o alla biografia di Matei Cazacu. Chi cerca un protagonista inquieto, pensato a partire dallo stemma e dalla stirpe, trova in Campanella esattamente l’oggetto annunciato dal titolo.
𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑎 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑒
Non per le tesi esoteriche. Per tre motivi più asciutti.
Primo: mette in italiano corrente il passaggio dal 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑢𝑚 𝑑𝑟𝑎𝑐𝑜𝑛𝑖𝑠 al soprannome 𝐷𝑟𝑎𝑐𝑢𝑙 e al patronimico 𝐷𝑟𝑎̆𝑐𝑢𝑙𝑒𝑎. È un caso raro: un ordine diventa nome di persona e, più tardi, personaggio di romanzo.
Secondo: ricorda che il sodalizio non è un fatto solo romeno. Ha avuto aderenti italiani (Filippo Scolari, Pantaleone Barbo), iberici, serbi, albanesi. Il drago circinato torna su sigilli, sepolcri e, in letture ancora aperte e da trattare con prudenza, anche nel dossier napoletano di Santa Maria la Nova.
Terzo: mostra, senza volerlo, come un istituto estinto generi istituti dichiarati eredi. Tra il diploma di Buda e le delegazioni contemporanee che parlano di una rifondazione seicentesca cantacuzina c’è un vuoto di carte che nessuna invenzione colma. Separare la società di Sigismondo dalle sue riprese moderne resta il primo compito di chi scrive di queste insegne.
Campanella non opera quella separazione con il rigore che servirebbe in sede araldica. Fa però un servizio più umile: riporta il Drago là dove stava, cioè in una corte imperiale in difficoltà, in un principato di frontiera e in un nome di famiglia. Per un romanzo breve è già abbastanza. A patto di leggere la maledizione come tropo, e lo statuto del 1408 come fonte.
Pasquale Amicarelli
Scheda di approfondimento Ordine del Drago ![]() L’Ordine del Drago (o del Dragone) fu un ordine militare del Sacro Romano Impero Germanico, istituito dall’imperatore Sigismondo nel 1387 (seconda altri nel 1408). Comunque, nel 1433, in occasione dell’incoronazione di Sigismondo ad imperatore, lo statuto dei “Draghi” venne approvato da Papa Eugenio IV. Formalmente l’Ordine fu istituito per combattere l’eresia hussita e contrastare l’espansionismo turco nei balcani, ma in realtà – come altri ordini similari – scopo non dichiarato dell’istituzione fu quello di coalizzare attorno al sovrano “straniero” la nobiltà locale, nel caso specifico la nobiltà ungherese, che a lungo aveva contrastato proprio l’imperatore tedesco Sigismondo, tant’è che l’Ordine non sopravvisse molto al suo fondatore (avvenuta nel 1437), e si ritiene estinto già attorno alla metà del 1400. L’odierno Ordine del Drago rivendica una derivazione diretta dall’ordine quattrocentesco, attraverso cavalieri dell’Ordine stesso, che dopo la sua estinzione avrebbero proseguito tale esperienza sino a plasmare l’ordine contemporaneo. . |
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