Araldica studentesca a Padova. Cicli, memorie e monumenti del Bo
Nel 2025 la casa editrice CLEUP ha pubblicato il volume Araldica studentesca a Padova. Cicli, memorie e monumenti del Bo, di Alessandro Benedusi e Franco Benucci. L’opera rappresenta un importante aggiornamento e ampliamento della catalogazione del 1983 dedicata agli stemmi studenteschi dell’Università di Padova, offrendo un approfondito apparato di analisi storica e iconografica dei cicli araldici conservati nel palazzo del Bo e in altre sedi dell’Ateneo patavino.

Le origini del progetto
> Quali circostanze e finalità hanno portato alla realizzazione di questo nuovo lavoro di ricerca e catalogazione?
Innanzitutto è d’obbligo una premessa sull’oggetto stesso della ricerca che ha dato origine al volume, cioè su cosa intendiamo per ‘araldica studentesca’: lo Studium di antico regime, erede di quello medievale sviluppatosi a Padova a partire dal 1222 per migrazione da Bologna di un gruppo di studenti e docenti, era centrato sulle due universitates studentesche, quella dei Giuristi (civilisti e canonisti) e quella degli Artisti (medici, filosofi e teologi), vere e proprie corporazioni di ‘mestiere’ dotate di autonomia giurisdizionale (inizialmente quasi totale e poi via via ridotta a pura forma, fino alla loro scomparsa in epoca napoleonica) e a loro volta articolate in diverse nationes etnico-linguistiche (inizialmente 19 e poi 21 e 22 per i Giuristi, 7 e poi 6 per gli Artisti) distinte in citramontane (studenti provenienti dalle diverse aree della penisola italica, dalla Sicilia e dall’Istria e Dalmazia) e ultramontane (studenti transalpini, comprendendo anche i greci ultramarini), che ogni anno in agosto eleggevano le rispettive banche universitarie (formate da un Consigliere per ogni natio tra i Giuristi e da due tra gli Artisti), che a loro volta sceglievano e durante l’anno affiancavano le figure apicali a cui era demandato il governo dell’universitas (inizialmente un Rettore o Vicerettore, che si sceglieva un Vicario, e un Sindico, poi solo un Sindico-Prorettore; due Assessori e, tra gli Artisti, normalmente due Massari o Consiglieri anatomici).
Al termine di ogni anno accademico, fino al 1687, le due universitates collocavano sulle volte o sulle pareti del Bo (l’antica locanda medievale ad signum Bovis che dal 1493 divenne sede dello Studium ed è tuttora, pur con molti ampiamenti e modifiche, la sede centrale dell’Ateneo padovano) due cicli araldici gerarchicamente ordinati e riferiti ai membri delle rispettive banche, per un totale annuale di una quarantina di stemmi, disegualmente suddivisi tra Artisti e Giuristi. Gli oltre 3000 stemmi studenteschi tuttora esistenti, cui si uniscono alcune insegne araldiche di docenti (specie di anatomisti, sempre rigorosamente concesse dagli studenti e mai autonomamente collocate) e un certo numero di insegne istituzionali dello Studium e delle autorità politiche dell’epoca, costituiscono così nel loro insieme un vasto corpus araldico paneuropeo (da cui, per precisa disposizione statutaria, erano però esclusi proprio i padovani, con solo 4 armi di famiglie cittadine casualmente pervenute al Bo tra 1871 e 1874, e altre 2 poste in facciata di un palazzo gentilizio rinascimentale annesso al Bo negli anni Trenta del XX secolo), ulteriormente integrato da altri apparati araldici, coevi o più recenti, di natura territoriale (le province trivenete che costituivano il ‘bacino d’utenza’ dell’Università nel XIX e XX secolo) o celebrativa.
Aggiornando e integrando la prima e fondamentale catalogazione contenuta nel volume del 1983 Gli stemmi dello Studio di Padova, a cura di Lucia Rossetti (noto e citato come Stemmi I), la nuova pubblicazione censisce e blasona ex novo, alla luce delle ultime scoperte e dei risultati delle più recenti campagne di restauro, purtroppo non sempre rispettose delle figurazioni araldiche originali, tutte le superstiti armi studentesche e non studentesche dello Studio (comprese quelle frammentate e frammentarie conservate a deposito), proponendo in molti casi una nuova identificazione dei rispettivi titolari e, per tutte, una ricostruzione virtuale dei cicli annuali (con conseguenti nuove datazioni) secondo l’originario criterio di ordinamento istituzionale, ora (e a partire già dalla metà del XIX secolo) in larga parte sacrificato in favore di una redistribuzione (e spesso pesante ridipintura assai poco filologica) degli stemmi a scopo meramente decorativo, sparpagliandoli in sedi universitarie e non universitarie della città e delle sue adiacenze. Per i cicli dei Giuristi e le armi non studentesche si tratta della conclusione e sistematizzazione di un pluriennale lavoro di ricerca condotto da Franco Benucci, che riprende anche varie precedenti pubblicazioni relative a singole scoperte e ai ritrovamenti in occasione di restauri; per i cicli degli Artisti, solo occasionalmente da lui affrontati in passato, si tratta invece della rielaborazione e sviluppo originale della tesi di laurea triennale di Alessandro Benedusi, discussa nel 2021 e a suo tempo diretta dallo stesso Benucci.

> Come è strutturato il volume? Quale schema espositivo avete adottato?
Il volume segue lo schema generale richiamato sopra: dopo un saggio introduttivo che racconta l’origine e la struttura delle universitates studentesche e spiega come erano composti i cicli araldici che ne erano l’annuale riflesso istituzionale, e a quali vicissitudini essi sono andati incontro in epoca contemporanea (32 pagine), le prime due sezioni presentano i singoli cicli annuali dei Giuristi (dal 1542 al 1687, con una breve appendice per due cicli interuniversitari del 1671, per un totale di circa 600 pagine) e degli Artisti (dal 1546 al 1687, altre 240 pagine circa); una terza sezione è dedicata alle armi e iscrizioni non studentesche (28 pagine) e una quarta agli stemmi e iscrizioni non identificati (14 pagine). Seguono le tavole di concordanza tra le datazioni proposte dalla catalogazione del 1983 (di cui si è sempre mantenuta la numerazione di riferimento univoco dei singoli stemmi, integrata con quella assegnata ai nuovi ritrovamenti in sede di prima pubblicazione e con i numeri di inventario dei frammenti custoditi a deposito) e quelle ricostruite anche su basi documentarie nel nostro volume: sono qui considerati anche gli esemplari normalmente non visibili perché ‘in attesa di restauro’, quelli finiti in varie occasioni fuori dal Bo e anche fuori dall’Università e tutte le emergenze araldiche rilevabili nell’ambito del palazzo, nonché le note critiche relative alla mutua pertinenza di elementi e frammenti separati, agli eventuali riusi di materiali storici per finalità moderne (con conseguente doppia datazione e classificazione dei singoli pezzi), alle più recenti alterazioni cromatiche e figurative che differenziano l’aspetto attuale di molte armi da quello documentato da Stemmi I, gli eventuali spostamenti rispetto al 1983 ecc. (85 pagine). Infine, la bibliografia generale e specialistica (20 pagine), l’indice dei titolari di stemma (38 pagine) e un’appendice iconografica a colori in cui si mostra l’aspetto esteriore degli stemmi appartenenti ai singoli cicli annuali dei Giuristi e degli Artisti (cioè la coerenza formale ed estetica dei cicli stessi) e le più significative tra le armi affrescate e scolpite tuttora non identificate (26 pagine, integrate da numerose immagini in bianco e nero, intercalate nel testo a chiusura di molti cicli).
Per ogni ciclo annuale, lo schema seguito ricalca l’ordinamento gerarchico delle universitates, dal Rettore, Sindico e Vicario, agli Assessori ultra– e citramontano, ai Consiglieri disposti secondo l’ordine di precedenza statutaria delle rispettive nationes e, per gli Artisti, i Massari o Consiglieri anatomici ultra– e citramontano. A parte sono indicate le armi e iscrizioni ‘fuori ciclo’, quali la memoria o monumento al Rettore o Prorettore di quell’anno, con gli eventuali Assessori ad hoc, o altri stemmi posti in relazione a incarichi specifici e occasionali. Di ogni stemma o memoria sono indicati in apertura il nome e la provenienza del titolare, il ruolo rivestito o la natio rappresentata (molto spesso, trattandosi di seggi che andavano necessariamente coperti per assicurare il numero legale della banca, si ricorreva agli istituti della supplenda o dell’adozione da parte di altra natio, se non alla ripetuta legittimazione pro hac vice tantum da parte del Rettore o Prorettore: in tali occorrenze la natio segnalata dal cartiglio non corrisponde affatto a quella d’origine del Consigliere), il codice univoco dello stemma, secondo la numerazione di Stemmi I o seguendo quella loro assegnata in occasione della prima pubblicazione, o ancora, per gli elementi a deposito, il rispettivo numero di inventario. Seguono la blasonatura in termini tecnici (interamente rinnovata rispetto alle descrizioni approssimative del 1983, dando conto delle fonti utilizzate per l’identificazione dell’arma e delle eventuali alterazioni recenti e meno recenti), la trascrizione dei rispettivi testi epigrafici (cartiglio nazionale o di ruolo, targa anagrafica e, per le figure apicali, laudatio retorica) e, ove necessario a causa dello smembramento e delle vicende conservative del ciclo originario, la collocazione attuale del singolo pezzo. Segue ancora, in chiusura del ciclo o della serie ‘fuori ciclo’, una nota relativa al loro aspetto esteriore, alla loro collocazione originaria e attuale con le connesse vicissitudini topografiche e conservative, fino ad arrivare problemi ed elementi di datazione e al confronto tra le risultanze materiali e quelle documentarie relative all’universitas e all’anno in questione, agli eventuali pezzi mancanti o da espungere rispetto alle precedenti datazioni, alle specifiche fonti di riferimento antiche e moderne ecc.

Motivazioni e contesto
> In che modo la nuova catalogazione si ricollega a quella del 1983 e quali esigenze di revisione avete riscontrato?
Come già accennato, tutti gli stemmi noti già nel 1983 – e sono la stragrande maggioranza del corpus – hanno mantenuto il numero con cui erano stati identificati allora, che permette di individuarli in modo univoco sulle pareti e le volte del Palazzo del Bo, spesso occupate da decine o centinaia di armi a volte assai simili. Anche per gli stemmi venuti alla luce o scoperti fuori del Bo dopo quella data è stata conservata la codifica data in occasione della loro prima pubblicazione, per evitare la confusione derivante da un’eventuale rinumerazione e permettere un riferimento univoco. Similmente, si è pensato di usare il medesimo metodo per gli elementi e frammenti conservati a deposito, di cui (quando attribuito) si è indicato il numero di inventario, in alcuni casi affiancato dal numero di catalogo attribuito loro da Stemmi I, i cui curatori avevano però considerato solo una parte di tali materiali frammentari. È stato invece necessario rivedere completamente la blasonatura di tutti gli stemmi, che erano stati descritti una prima volta nel 1983 in termini non tecnici e a volte errati o approssimativi, nonché spesso, purtroppo, alterati in anni recenti nelle loro figurazioni e cromie (a volte anche nella stessa struttura delle partizioni), e si è provveduto inoltre, in diversi casi, a correggere la datazione e l’identificazione del titolare. Ma soprattutto si è voluto ricondurre virtualmente gli stemmi – trattati da metà Ottocento in poi come elementi singoli e meramente decorativi – alla struttura originaria dei rispettivi cicli, che sola permette la loro corretta identificazione, la comprensione della loro valenza istituzionale e quindi anche dei motivi per cui singoli studenti, indipendentemente dal rilievo sociale o economico delle rispettive famiglie, risultano a volte titolari di più stemmi nello stesso anno, riferiti in realtà a ruoli e incarichi diversi che davano ognuno titolo a un’arma in Bo. La perdita del senso primario delle serie araldiche si dovette a vari rimaneggiamenti: a partire dalla creazione dell’Aula Magna d’Ateneo nel 1854-1856 e proseguendo attraverso i lavori del Rettore Ferraris del 1895-96, il riallestimento di alcune aule nel 1912, 1922 e 1932, i grandi cantieri del Rettore Anti in tutto il Bo del 1938-1942, l’allestimento dell’Istituto di Chimica farmaceutica nel 1938, della Facoltà di Agraria nel 1946, del Collegio ‘Morgagni’ nel 1963, della Cucina anatomica, come sede della mostra storica permanente, nel 1972, fino al trasferimento fuori città di Agraria nel 1996 e ai lavori di consolidamento e restauro che sono seguiti negli anni più recenti (senza contare le ‘espulsioni’ e le sottrazioni private di singoli pezzi e sottoserie, avvenute nel tardo Ottocento come nel 1985), le armi studentesche sono state così oggetto non solo di ridipinture e di alterazioni anagrafiche, ma anche di vere e proprie migrazioni. Sparpagliate ai quattro angoli del palazzo, della città o addirittura della provincia, esse sono state poi numerate nel 1983 sulla base della loro sequenza in frames fotografici casuali, mescolando così anni e universitates diverse, non solo nel caso di stemmi vicini ma evidentemente tra loro discordanti, ma anche quando i rispettivi cicli sono tuttora esistenti e riconoscibili nella loro struttura originaria, creando perciò una difficoltà di reperimento e una confusione interpretativa che era essenziale rettificare.

Metodologia e fonti
> Quali fonti si sono rivelate decisive per l’attribuzione degli stemmi?
Non c’è stata una fonte decisiva, ma l’intero processo si è svolto grazie al concorso e confronto di fonti di natura diversa e tutte ugualmente importanti: innanzitutto la rilevazione delle incongruenze e degli elementi problematici della classificazione di Stemmi I e della sua fonte primaria, il manoscritto illustrato di Grotto dell’Ero degli anni Trenta dell’Ottocento, prezioso perché ‘fotografava’ la situazione prima dei grandi sconvolgimenti otto- e novecenteschi, ma non esente da equivoci ed errori sia per quanto riguarda le datazioni che per gli aspetti cromatici di molte armi, quindi l’attenta osservazione delle singole armi, grazie anche a una campagna fotografica ad alta definizione svolta in occasione dell’ottocentenario dell’Università del 2022, per individuare quelle che stavano insieme nello stesso ciclo e distinguerle da quelle, spesso molto simili ma comunque diverse, appartenenti a cicli di altri anni o di altra universitas, poi ancora la ricerca nella documentazione universitaria del tempo, nei frontespizi degli Statuti, negli Acta e matricole delle nationes più attente alla registrazione degli avvenimenti e dei nominativi e ruoli dei loro membri (principalmente le due Nationes Germanicae dei Giuristi e degli Artisti, ma anche la Polona e l’Ultramarina) per verificare la congruità delle attribuzioni tradizionali o individuare le possibili attribuzioni degli stemmi ormai privi di anagrafica esplicita o la cui anagrafica è stata evidentemente alterata negli ultimi secoli, infine il quasi sistematico ricorso agli stemmari di riferimento per le singole aree geografiche, sia cartacei che on line, per la verifica delle figurazioni e delle cromie, spesso come si diceva alterate da ridipinture, dorature decorative, fraintendimenti in sede di restauro ecc. E accanto a tutto ciò, per l’aspetto topografico e strutturale dei singoli cicli (ordinamento, collocazione, spostamenti, perdite, divisioni e mescolanze ecc.) il confronto con lo stesso Grotto dell’Ero (anche nella versione a stampa del 1841, che riporta però solo le sue letture delle iscrizioni e non le immagini degli stemmi), con le raccolte epigrafiche padovane del XVII e primo XVIII secolo (specialmente Tomasini 1654 e Salomonio 1708) che, pur con i loro limiti, documentano la situazione al tempo in cui la pratica araldica studentesca era viva o era stata fermata da Venezia, per motivi sia politico-culturali che di statica del palazzo, solo da poco tempo, nonché con gli studi di Stefano Zaggia sulla storia architettonica del Bo e con la documentazione fotografica relativa ai cantieri Anti del 1938-1942, che forniscono importanti date ante o post quem per alcuni cicli frammentari, nonché preziose illustrazioni della situazione dei muri, delle volte, dei passaggi e dei locali nelle varie epoche, consentendo anche di trovare traccia visiva di cicli ormai del tutto scomparsi.

> Ci sono stati casi emblematici di identificazione complessa o incerta?
Casi particolarmente emblematici direi di no, oppure lo sono stati tutti i 3000 e rotti, ognuno per un motivo o un aspetto diverso… diciamo che nonostante la soluzione di gran parte degli equivoci e dei casi spuri ‘ereditati’ dal volume del 1983, è rimasto comunque un certo numero di armi (30 presenti già in Stemmi I più altri 15 pezzi ‘nuovi’ e vari frammenti) non identificate o identificate solo in parte (per es. la famiglia ma non il titolare specifico, quindi non l’anno né la ragione specifica di quello stemma, oppure il probabile oggetto di un certo ciclo celebrativo ma non tutte le armi che ne fanno parte né la data specifica in cui esso è stato realizzato ecc.): ciò potrà costituire l’oggetto di futuri sviluppi della ricerca, magari grazie a qualche scoperta serendipitosa, come non ne sono mancate finora. Per nulla complessa ma assai significativa è stata invece la corretta identificazione dei 4 stemmi padovani cui si accennava sopra, appartenenti a famiglie cittadine assai note (Zabarella, Buzzacarini, Campolongo, Bonfio), ma che per l’assunto di base che ‘al Bo non ci sono stemmi padovani’, perché così prevedevano gli Statuti universitari, non erano finora stati riconosciuti o avevano dato luogo a ipotesi astruse e del tutto fuorvianti: benché conservate al Bo da fine Ottocento, non si tratta infatti di armi universitarie, ma di insegne provenienti dall’altar maggiore della chiesa di San Mattia, recuperate quando quell’ex monastero femminile (che tuttora ospita un Dipartimento di area medica) è stato adattato a sede della Facoltà di Medicina e Veterinaria, e riferite alla badessa, la priora, la camerlenga e i nobili protettori della comunità benedettina del 1681.
Connessa a questa vicenda, per via delle citate ipotesi precedenti, è la corretta lettura dell’interessantissimo ciclo giurista del 1685, giuntoci incompleto, smembrato e distribuito oggi tra 8 collocazioni diverse, in cui, caso unico in tutto il corpus, l’identificazione della natio di riferimento dei Consiglieri non è affidata al consueto cartiglio iscritto ma a uno stemma ad hoc che riprende le insegne dello stato o del territorio corrispondente ed è timbrato da idonea corona, a cui è accollato uno scudetto con l’arma familiare del titolare. Due elementi di questo ciclo hanno peraltro avuto nel tempo destinazioni del tutto incongrue che rendono particolarmente intricato il caso: l’iscrizione laudatoria del Sindico-Prorettore, rimasta senza effigie e stemma del titolare già prima del 1830, è finita nel 1912 a ‘completare’ il monumento del Prorettore del 1681 che ne era invece privo fin dall’origine, mentre la cornice del perduto ritratto dell’Assessore ultramontano, opportunamente ridipinta e reiscritta ma senza cancellare del tutto il testo originale né scalpellarne via l’arma originaria, è stata riutilizzata probabilmente nel 1877 (in piena Questione romana) per celebrare araldicamente Tomaso Contin, un canonico teatino studioso di storia della Chiesa ma risolutamente antipapale, che nel 1777 Venezia aveva salvato dall’Inquisizione e posto sulla cattedra di quella disciplina.

Aspetti iconografici e stilistici
> Avete individuato elementi iconografici atipici o contaminazioni simboliche rispetto ai canoni araldici tradizionali?
A parte il caso del 1685 appena citato, in cui si uniscono in modo singolare le insegne ‘politiche’ dei vari stati e territori italiani ed europei e le armi familiari di individui non appartenenti alle rispettive case reali o di governo, meritano senz’altro una citazione gli stemmi relativi ai Consiglieri della natio Polona, molti di loro filosofi e medici benché statutariamente incardinati tra i Giuristi, che presentano i motivi e le figurazioni tipiche degli herby polacchi, assai diverse da quelle dell’araldica italiana e dell’Europa occidentale e riconducibili anche nella loro semantica alla tradizione locale, basata non sulle singole casate ma su veri e propri clan molto ampi (a volte varie decine o centinaia di famiglie non necessariamente imparentate ma accomunate dall’uso della stessa insegna, un po’ come per gli alberghi genovesi degli inizi, ma su scala assai più ampia e duratura), di cui lo herb è al tempo stesso designazione giuridica e rappresentazione iconica, con la diffusa possibilità per i diversi rami di uno stesso casato di afferire a herby diversi e insieme la prassi quasi costante di rappresentare nell’inquartato la genealogia prossima del titolare, tramite la presenza degli herby di riferimento del padre, della madre e delle due nonne, con una prevalenza quindi della componente femminile. Particolare è anche l’araldica dei Consiglieri greci (almeno quelli di origine non veneta né padovana, perché questi utilizzavano invece l’arma del casato originario), che presenta spesso raffigurazioni naturalistiche o di paesaggio assai descrittive e realistiche, ovviamente in dipendenza dalla mancanza di una vera e propria tradizione blasonica locale e dall’esigenza di doversi ‘inventare’ qualcosa per poter comparire nel ciclo senza sfigurare troppo accanto ai colleghi citramontani, tedeschi, polacchi, francesi, ungheresi, inglesi ecc.: prova ne sia che anche nel manoscritto miniato dell’Archivio antico dell’Università in cui sono riportati anno per anno, dal 1656 al 1737 nomi, ruoli e stemmi di tutti gli officiali della Natio Ultramarina, molti scudi sono rimasti in bianco per mancanza di insegne da raffigurarvi. Interessante, e mai colta in precedenza, è infine la diffusa presenza nelle armi dei Consiglieri dell’Angla e della Scota delle marche di brisura (cadency) relative all’ultrogenitura, nelle rispettive famiglie, dei giovani venuti nel tempo a studiare a Padova.
> Quali peculiarità distinguono gli stemmi padovani rispetto ad altri contesti universitari europei?
Il confronto, data l’origine dell’Ateneo padovano e della sua tradizione come studium omnium disciplinarum basato sulle nationes studentesche e nato per una ‘spinta dal basso’, non fondato da qualche autorità locale o universale, va fatto innanzitutto con la situazione bolognese da cui tutto deriva, anche nell’impianto degli Statuti originari: anche i cicli annuali dell’Archiginnasio, pure distinti tra Artisti e Giuristi, comprendono infatti le armi dei Consiglieri delle singole nationes, che però sono assai più numerose e variabili nel tempo di quelle padovane (dove si registrano invece, tra i Giuristi, solo la creazione della Pedemontana e della Scota nel 1534 e della Genovese nel 1562, e tra gli Artisti la scomparsa della Tusca nel 1643, dopo due anni di ufficiale vacanza, e solo quest’ultima evoluzione con riflessi araldici direttamente riscontrabili nel corpus pervenutoci), ma soprattutto, data la particolarità della forma di governo di Bologna – il c.d. ‘governo misto’, dato dalla concorrenza di autorità cittadine e rappresentanti papali – i singoli cicli comprendono sempre, in testa alle armi studentesche, le civiche e quelle del Legato e/o Vicelegato pontificio, e anche le memorie in onore dei docenti sono molto numerose e magniloquenti. A Padova invece, le insegne ‘politiche’ dei magistrati centrali (Dogi e Riformatori dello Studio) o locali (Podestà, Capitani e forse una sorta di Commissario straordinario per la gestione dello Studio durante la peste del 1630) della Repubblica, pur non del tutto assenti, sono comunque in numero assai minore e soprattutto non incluse nei normali cicli studenteschi ma collocate a parte, in facciata o (in origine) sulle porte dei locali e dei passaggi realizzati durante il loro mandato (in compenso, le universitates di età moderna erigevano quasi sistematicamente un monumento ai Podestà e Capitani veneti giunti a fine mandato, collocandolo però nei rispettivi palazzi pubblici o sulle porte urbiche). Inoltre, come già accennato, anche gli omaggi delle universitates studentesche ai docenti più amati (anatomisti e pochi altri) erano assai limitati nel numero e assai discreti nella forma, consistendo spesso in un semplice stemma con breve iscrizione poco più che anagrafica, certamente assai più contenuti della gran parte dei monumenti e delle barocche memorie erette in onore di molti Sindici-Prorettori.
Radicalmente diversa è invece la situazione rispetto alle Università di altri paesi europei, dove la celebrazione araldica in Ateneo è stata solo occasionale e legata a singole personalità, magari al momento del conseguimento del dottorato (fenomeno di cui vi è traccia anche a Padova, ma sui muri delle private residenze di questo o quell’altro Rettore), o dove prevale invece l’araldica di college, assai codificata per esempio in Inghilterra ma del tutto assente a Padova, dove pure i collegi studenteschi, pubblici e privati, non sono mai mancati, ma a quanto risulta esponevano eventualmente solo le insegne del fondatore (mentre altre insegne araldiche, nazionali e individuali, erano esposte presso le sedi e i luoghi di ritrovo delle nationes più organizzate e influenti, oltre che sugli altari e monumenti funerari di pertinenza delle singole universitates e nationes o da queste offerti ai loro nobili protettori).

Scoperte e prospettive
> Quale contributo ritenete che il volume possa offrire agli studi araldici e alla storia dell’università?
Innanzitutto crediamo di aver offerto una visione aggiornata, completa e, speriamo, attendibile di quello che resta uno dei più estesi corpora araldici paneuropei, secondo forse solo a quello bolognese, fornendo così un punto di riferimento sia agli studiosi di araldica, che non necessariamente sono al corrente delle particolarità storiche e strutturali dello Studium padovano e della ricchezza e varietà della sua documentazione (al citato assunto ‘al Bo non ci sono padovani’ fa infatti spesso riscontro la falsa opinione opposta ‘al Bo avete tutta la nobiltà padovana, possibile che non troviate di chi è questo stemma?’), che agli studiosi di storia dell’università, spesso quasi del tutto digiuni di araldica e che tendono a ignorare il valore istituzionale di queste testimonianze e a considerarle alla stregua appunto di singoli elementi decorativi o espressione solo dell’orgoglio ‘di casta’ dei rampolli di nobili e potenti casati del passato (il che contrasta, per esempio, con la presenza delle armi di Prorettori e Consiglieri artisti e giuristi d’origine borghese o di mediocre estrazione sociale: il discrimine era infatti piuttosto di natura economica, per poter mandare e mantenere un figlio lontano da casa per vari mesi o anni, e gli Acta delle Nationes sono infatti pieni di episodi di povertà più o meno grave dei loro membri e officiali, sfociati spesso in prestiti concessi dalla Natio e solo a volte restituiti…).
La sistematica verifica dell’effettiva costituzione dei singoli cicli e della loro consistenza materiale, e dunque delle corrispondenti banche universitarie e delle loro vicende, ha poi permesso di mettere in luce personaggi, episodi e collegamenti in precedenza poco o per nulla noti (come il tentato golpe universitario del Rettore giurista Jan Zamoyski nel 1564, che ha portato a un forte disordine nel ciclo di quell’anno; o i supplendari greci e italiani della Polona del 1661-62 e 1662-63, accettati dai polacchi pur di non avere un tedesco a rappresentarli; o ancora i ripetuti tentati stacchi e spostamenti di cicli affrescati per far posto a nuovi cicli scolpiti, con conseguenze artisticamente e documentariamente disastrose; il ricorso agli stipiti delle porte per collocare ulteriori serie araldiche quando lo spazio sulle pareti era terminato; l’ambigua posizione degli studenti prussiani e baltici, etnicamente e/o statutariamente ‘tedeschi’, per eredità medievale, ma in gran parte ormai sudditi del re di Polonia, con le conseguenti tensioni e le creative soluzioni di compromesso, anche linguistico, messe individualmente in atto per risolvere i rispettivi problemi identitari; la finora ignorata arma dello studente moscovita, Consigliere artista tedesco del 1668, probabilmente il più orientale tra gli scolari dello Studio padovano; le latenti inimicizie personali che portavano all’abbattimento e immediato rifacimento di singoli stemmi, ma anche le copie novecentesche mai dichiarate e riscontrate solo dall’attento esame delle evidenze materiali esposte, conservate a deposito o ritrovate sotto i rifacimenti ecc.), o di sfatare alcune vere e proprie ‘leggende metropolitane’ (come quelle relative agli stemmi barocchi dei Vescovi-cancellieri in Aula Magna, risultati essere prodotti in cartapesta del 1856, o alle numerose insegne di William Harvey, in realtà piccole variazioni sulle insegne di altre famiglie – una veronese e una alverniate– raffigurate a poca distanza; o ancora la presunta ma impossibile immatricolazione nella natio Polona di Nicolò Copernico, anch’egli prussiano e dunque necessariamente immatricolato nella Germanica come tutti i suoi conterranei ecc.): tutti elementi che vanno ben al di là della semplice blasonatura di 3000 e passa stemmi, ma che aprono inevitabilmente nuove e inattese piste di ricerca per chi vorrà farsi pungere dalla curiosità e cimentarsi nell’ulteriore ricerca bibliografica e d’archivio.
Di seguito l’indice completo del volume: Introduzione Araldica studentesca a Padova, uno specchio dell’universitas 7 I cicli dei Giuristi 39 Appendice. Cicli interuniversitari 636 I cicli degli Artisti 641 Armi e iscrizioni non studentesche 881 Armi, iscrizioni e cornici non identificate 909 Tavole di concordanza 923 Bibliografia 1009 Indice dei titolari di stemma 1019 Appendice iconografica 1057 Giuristi 1059 Artisti 1071 Armi non identificate 1081 |
> Ci sono progetti futuri di digitalizzazione, divulgazione o prosecuzione della ricerca?
La ricerca e i suoi possibili sviluppi per definizione non finiscono mai, basti dire che il nostro volume, finito di stampare a marzo 2025 e presentato la prima volta ai primi di maggio, già una settimana dopo ha dovuto arricchirsi di un foglietto integrativo (disponibile a chi vorrà richiederlo agli autori) per la scoperta casuale, in un contesto del tutto inatteso, di uno stemma mancante dal ciclo giurista del 1687, quello del Consigliere ultramarino, riutilizzato nell’ambito dei lavori Anti, previa ridipintura con le insegne dell’Ateneo, per decorare gli ambienti di un nuovo edificio universitario inaugurato da Mussolini nel settembre 1938: se si fa caso che il Consigliere in questione proveniva da Cefalonia, luogo tragicamente simbolico delle vicende del settembre 1943, si vede come la Storia segue a volte fili sottili e imprevedibili, fatti di mille storie diverse, per tessere la sua tela. Ancora, a ottobre dello stesso 2025, una famiglia di docenti e ricercatori universitari padovani, vista la presenza nel deposito dell’arma di un loro antenato spezzata in più frammenti di cui uno apparentemente mancante, ha deciso di finanziarne il restauro e la ricollocazione in luogo idoneo (e magari, con moderne tecnologie ingegneristiche, il riconoscimento del frammento mancante tra quelli ancora anonimi conservati lì accanto); la precedente individuazione nello stesso deposito di uno stemma spurio di Johann Georg Wirsung, realizzato probabilmente nel 1943 su un modello non universitario del 1643, ha invece permesso di metterlo a disposizione per le esperienze tattili dei visitatori non vedenti, soddisfacendo così una richiesta da tempo pendente degli operatori che seguono questo tipo di attività. D’altra parte, mentre un sopralluogo del 2023 aveva permesso di rintracciare l’arma e l’iscrizione del Rettore degli Artisti del 1570, rimosse durante i restauri del 2011-2013 dalla parete a cui erano affisse – dove era emerso un lacerto araldico affrescato – e lasciate poi prive di riferimenti in uno sgabuzzino, un intervento dell’aprile 2024, conseguenza diretta della redazione del volume allora in corso, per ricollocare al suo posto una targa iscritta finita fuori posto nei medesimi lavori 2011-2013, ha permesso di individuare uno stemma artista del 1682 pericolante e di metterlo in sicurezza in vista di un prossimo restauro, prima che precipitasse al suolo finendo in frantumi, come era successo nel 2015 con un esemplare giurista del 1666.
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi – con stemmi usciti in varia epoca dal Bo e ritrovati al Museo Civico, in case private o addirittura sottoterra, stemmi anonimi che improvvisamente hanno ritrovato un titolare e una storia, in alcuni casi peraltro tragica, collages novecenteschi di stemmi e iscrizioni sempre ritenuti unitari e che invece, una volta riconosciuti come frutto di assemblaggi arbitrari e recenti, di storie da raccontare ne hanno più di una ecc. – e come vede sono tutti di tipo diverso, ma tutti degni di essere ripresi e approfonditi lungo le mille direzioni in cui si dirama l’attività scientifica, divulgativa e di conservazione del patrimonio di una grande e storica Università come quella di Padova. E sì, da qualche anno c’è anche un progetto di digitalizzazione dell’intero corpus araldico per una futura fruizione di visite virtuali al palazzo, ma non è direttamente seguito da noi e a quanto ci risulta procede piuttosto a rilento e senza le necessarie competenze ‘di sostanza’ di chi dovrebbe occuparsene (quelle tecniche invece ci sarebbero tutte, ma da sole temo faticheranno a procedere…): se non si conosce a fondo il patrimonio vero, con tutta la Storia e le storie che ci stanno dietro, è anche difficile farlo fruire e apprezzare in modalità alternative, innovative e attuali.
Per ogni contatto con gli autori del volume: franco.benucci@unipd.it o alessandro.benedusi@unipd.it
“Araldica studentesca a Padova. Cicli, memorie e monumenti del Bo“, di Alessandro Benedusi e Franco Benucci, CLEUP, 2025, pp 1082, formato 16×24, ISBN 9788854957602, 34,00€
Alessandro Benedusi si è occupato di araldica studentesca padovana fin dalla sua tesi di laurea triennale, condotta sotto la supervisione di Franco Benucci. La sua tesi di laurea magistrale in Filologia Moderna, dal titolo L’Armoriale Cittadella. Araldica del Seicento Padovano. Uno studio filologico, storico e documentario sulla ‘inedita’ Descrittione di Padoa di Andrea Cittadella (1605) è risultata vincitrice della sesta edizione (2023) del premio di studio ‘Angelo e Sergia Ferro’, bandito dalla rivista «Padova e il suo territorio». . |
Franco Benucci, Studioso senior dell’Università di Padova, già ricercatore di Linguistica presso il Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità, è membro dell’Ateneo Veneto di Scienze Lettere ed Arti, della Societas Veneta di Storia Religiosa, del Centro per la storia dell’Università di Padova, del Centro Studi Antoniani di Padova, della Società Internazionale di Studi Francescani di Assisi e del Centro Studi ‘Robertus de Apulia’ di Irsina (MT), nonché responsabile dei progetti di ricerca interdisciplinare relativi al Corpus dell’epigrafia medievale (CEM) di Padova e alla ‘Donazione de Mabilia’ alla cattedrale di Montepeloso (1454 c.): aspetti epigrafici, iconografia, contesti storici, committenza, tramiti, ricezioni. Unisce agli interessi disciplinari quelli relativi all’araldica e alla storia, arte e cultura della città, della regione e dell’Università, con particolare riguardo alle relative testimonianze monumentali, epigrafiche e documentarie. . |
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