Presentazione dello stemma di monsignor Santo Marcianò

Lo scorso primo luglio papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, unite in persona Episcopi, presentata da S.E. Mons. Ambrogio Spreafico. Contestualmente il Santo Padre ha nominato vescovo delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, unite nuovamente in persona Episcopi, S.E. Mons. Santo Marcianò, già Arcivescovo Ordinario Militare d’Italia, conservandogli ad personam il titolo di Arcivescovo.

S.E. Mons. Santo Marcianò è nato il 10 aprile 1960 a Reggio Calabria, nell’omonima provincia e Arcidiocesi Metropolitana. Ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Messina,e il Baccellierato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha anche conseguito la Licenza in Sacra Liturgia, nonché il Dottorato presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma. È stato ordinato sacerdote il 9 aprile 1988.

Ha ricoperto i seguenti incarichi: Parroco a Santa Venere e Vicario parrocchiale della Santa Maria del Divino Soccorso (1988-1991); Padre Spirituale presso il Seminario Arcivescovile Pio XI (1991-1996); Rettore del medesimo Seminario e Docente di Liturgia e Teologia Sacramentaria (dal 1996); Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni (dal 2000). È stato Vicario Episcopale per il Diaconato permanente e i Ministeri.

Eletto Arcivescovo di Rossano-Cariati il 6 maggio 2006, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 21 giugno successivo. Il 10 ottobre 2013 è stato nominato Ordinario Militare per l’Italia, incarico terminato al compimento del 65° anno di età. Il 1° luglio 2025, il Santo Padre Leone XIV lo ha nominato Arcivescovo-Vescovo delle Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, unite in persona Episcopi. Il 7 settembre ha preso possesso canonico della Diocesi di Frosione-Veroli-Ferentino.

Monsignor Marcianò per il nuovo incarico continuerà ad utilizzare lo stemma adottato in occasione della sua ordinazione episcopale nel 2006, che così presenta:

IL MOTTO:
MAGNIFICAT ANIMA MEA DOMINUM
Il motto riprende le parole d’inizio del Magnificat (Lc 1,46) con cui la Vergine, dopo il saluto di Elisabetta, inneggia al Signore.
Il Magnificat (Lc 1, 46-55), cantico che si ispira a quello di Anna riportato nell’Antico Testamento (1Sam 2,1-10), è un canto che rivela la spiritualità degli anawim biblici, ossia di quei fedeli che si riconoscevano poveri non solo nel distacco da ogni idolatria della ricchezza e del potere, ma anche nell’umiltà profonda del cuore, spoglio dalla tentazione dell’orgoglio, aperto all’irruzione della grazia divina salvatrice. Tutto il Magnificat è, infatti, marcato da questa umiltà, in greco tapeinosis, che indica una situazione di concreta umiltà e povertà.
L’anima di questa preghiera è la celebrazione della grazia divina che ha fatto irruzione nel cuore e nell’esistenza di Maria, rendendola Madre del Signore. Nelle parole del Magnificat ella non vede il segno della grandezza sua, ma di quella del suo Signore. «L’anima mia megalùnei, magnificat, fa grande il Signore». Maria si annienta di fronte a Dio per cantare la lode della Sua onnipotenza e misericordia. L’intima struttura del suo canto orante è la lode, il ringraziamento, la gioia riconoscente. La Madonna con questa lode del Signore dà voce a tutte le creature redente che nel suo Fiat, e così nella figura di Gesù nato dalla Vergine, trovano la misericordia di Dio.
Nel ricordare le opere divine il canto del Magnificat evidenzia lo stile a cui il Signore della storia ispira il suo comportamento: egli si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare «i superbi, i potenti e i ricchi». Eppure, la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi, per mostrare chi sono i veri prediletti di Dio: «Coloro che lo temono», fedeli alla sua parola; «gli umili, gli affamati, Israele suo servo», ossia la comunità del popolo di Dio che, come Maria, è costituita da coloro che sono poveri, puri e semplici di cuore. E così questo canto ci invita ad associarci a questo piccolo gregge, ad essere realmente membri del Popolo di Dio nella purezza e nella semplicità del cuore, nell’amore di Dio.
LO STEMMA
Nello stemma di S.E. mons. Santo Marcianò è rappresentata l’immagine del pellicano che nutre i propri figli con il sangue che sgorga dal suo cuore. La simbologia cristologica del pellicano trae origine, in particolare, dall’Adoro te Devote, antico canto eucaristico attribuito a san Tommaso d’Aquino, che recita: «Pie pellicane, Iesu Domine, me immundum munda tuo sanguine; cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere». Le parole di questo canto hanno fatto del pellicano uno dei simboli eucaristici per eccellenza. L’iconografia cristiana, a partire dal Medioevo, ha usato l’immagine del pellicano come allegoria di Cristo che sulla Croce viene trafitto al costato perdendo sangue e acqua fonte di vita per gli uomini. Con questo simbolo, dunque, viene evidenziato il sacrificio di Cristo, la sua totale abnegazione, la sua morte in croce e l’amore del Padre che invia il proprio Figlio a versare il suo sangue per la nostra salvezza. Il Pellicano diventa, perciò, figura della Redenzione operata da Cristo, icona dell’amore, del dono totale di sé, simbolo dell’amore paterno di Dio. Dante nella Divina Commedia accosta la scena dell’Ultima Cena, dove l’apostolo Giovanni china il capo sul petto del Maestro, con la figura del pellicano: «Questi è colui che giacque sopra’l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto» (Divina Commedia, Paradiso, Canto XXV, 112-114). In questo stemma il pellicano è rappresentato in argento, smalto simbolo della trasparenza, della Verità, sottolineando il messaggio di salvezza che il Signore proclama nel rispondere a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Il campo dello scudo è in azzurro, simbolo della incorruttibilità del cielo; rappresenta il distacco dai valori terreni e l’ascesa dell’anima verso Dio. La croce doppia, arcivescovile (detta anche patriarcale) con due bracci traversi all’asta, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo è una croce trifogliata con cinque gemme rosse a simboleggiare le cinque piaghe di Cristo.


Scheda di approfondimento
L’araldica ecclesiastica

L’araldica ecclesiastica è una specifica branca dell’araldica che si occupa degli stemmi appartenenti a persone o istituzioni del mondo ecclesiale, stemmi caratterizzati da ornamentazioni esterne sostanzialmente costanti e che esprimono un preciso codice giuridico, in grado di rendere immediatamente identificabile grado e funzione del titolare.

Limitatamente all’araldica della Chiesa Cattolica, gli elementi essenziali di tale codice sono:

La tiara o triregno è l’ornamento araldico ad uso esclusivo del Papa, che sormonta il relativo stemma, ed è costituita da un copricapo a forma di cupola che sorregge tre corone sovrapposte. Benedetto XVI e Francesco hanno sostituito la tiara con una mitra caricata di tre fasce d’oro che richiamano le originarie tre corone.

Il galero, ovvero il cappello ecclesiastico è un cappello da pellegrino con la tesa molto lunga e due cordoni laterali che terminano con una serie di fiocchi o più propriamente nappe. Posto sulla sommità ornamento dello scudo il galero consente l’immediato riconoscimento del grado del titolare dello stemma grazie al colore e al numero delle nappe o fiocchi.

Il colore del galero (di norma il medesimo delle nappe) indica:
> rosso per i cardinali;
> verde per gli arcivescovi, i vescovi e i patriarchi;
> paonazzo per i monsignori;
> nero per i presbiteri.

Il numero di nappe per lato indica:
> 15 nappe rosse per i cardinali;
> 15 nappe verdi per patriarchi e primati;
> 10 nappe verdi arcivescovi;
> 6 nappe verdi vescovi e abati mitrati;
> 6 nappe paonazze cappellano di Sua Santità;
> 6 nappe nere vicario generale, vicario episcopale, abate;
> 3 nappe canonico;
> 1 nappa presbitero.

Le Chiavi sono raffigurate incrociate, una d’oro a destra e un’altra d’argento a sinistra, con le impugnature rivolte verso il basso. Si pongono dietro o sopra lo scudo papale.

La croce posta in palo dietro lo scudo, può essere:
> semplice cioè ad una traversa per i vescovi
> doppia cioè a due traverse per i cardinali, i patriarchi e gli arcivescovi.

Stemma papale base
Impostazione classica di un stemma papale
Stemma cardinalizio base
Impostazione classica di uno stemma cardinalizio di un arcivescovo
Stemma arcivescovile base
Impostazione classica di uno stemma arcivescovile

Stemma vescovile base
Impostazione classica di uno stemma vescovile

Stemma di vicario base
Impostazione classica di uno stemma di un abate

Stemma di parroco base
Impostazione classica di uno stemma di un canonico

Stemma di sacerdote base
Impostazione classica di uno stemma di un sacerdote


Accanto a questi elementi principali ve ne sono altri di uso più limitato, come pure vi sono ulteriori configurazioni specificatamente riservate a cariche meno note, e non mancano un certo numero di eccezioni e deroghe concesse a titolari di cariche legate ad istituzioni specifiche.

I disegni di questa scheda sono stati realizzati da Teresa Morettoni e Davide Bolis (per il solo stemma vescovile).
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Stemma di monsignor Santo Marcianò: “D’azzurro, al pellicano, d’argento, con la sua pietà, di rosso” (Blasonatura Centro Studi Araldici)
22 Ottobre 2025
Redazione

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