Lo stemma di Gela tra storia e norma
In sintesi Il Comune di Gela ha recentemente presentato una nuova rappresentazione ufficiale del proprio stemma civico nell’ambito di un inedito Brand Manual dell’Ente. L’iniziativa non consiste nella creazione di un nuovo emblema, ma nella definizione di un modello grafico unitario ottenuto attraverso lo studio della documentazione storica e della tradizione araldica della città. L’interesse del progetto non risiede soltanto nel risultato grafico, ma soprattutto nel metodo seguito. Il documento affronta infatti temi raramente esplicitati nei manuali di identità visiva delle amministrazioni pubbliche – dove anzi spesso l’essenza stessa dell’araldica è travisata – quali il rapporto tra blasonatura e rappresentazione dello stemma, il valore delle diverse testimonianze iconografiche e la distinzione tra gli elementi identitari dell’emblema e le variazioni introdotte nel corso della sua trasmissione storica. Il progetto assume inoltre si inserisce nel percorso avviato dall’Amministrazione comunale per la formalizzazione dello stemma presso le competenti autorità dello Stato, sanando una situazione nella quale l’emblema, pur storicamente utilizzato e richiamato nello Statuto comunale, non risulta essere stato oggetto di un formale provvedimento concessorio. . |
La presentazione della nuova rappresentazione grafica dello stemma del Comune di Gela, avvenuta il 15 maggio presso il Museo dei Relitti Greci, costituisce un’iniziativa di particolare interesse per chi si occupa di araldica civica, non tanto per l’introduzione di un nuovo segno istituzionale, quanto per il metodo dichiaratamente seguito nella sua elaborazione.
Il progetto, sviluppato dal graphic designer Andrea Tandurella nell’ambito del Brand Manual del Comune di Gela, è stato promosso con il sostegno del Gruppo Giovani di Sicindustria e il patrocinio del Comune di Gela e dell’Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco Terenziano Di Stefano, la presidente del Gruppo Giovani di Sicindustria Mariaelena Oddo, il direttore del Parco Archeologico di Gela Emanuele Turco e il professor Paolo Giansiracusa, storico dell’arte, il quale ha illustrato il valore storico e simbolico dell’iniziativa.

L’evento è stato presentato dalle istituzioni e dai promotori come il momento conclusivo di un percorso di ricerca volto a definire una rappresentazione stabile dell’emblema civico della città. Il Brand Manual precisa infatti che la rielaborazione «non nasce come semplice aggiornamento grafico, ma come operazione di ricomposizione storica, araldica e progettuale», attraverso la quale «il nuovo sistema visivo assume la memoria dello stemma storico e la traduce in una forma stabile, leggibile e applicabile ai linguaggi istituzionali contemporanei».
Al di là degli aspetti propri della comunicazione istituzionale, l’iniziativa presenta motivi di interesse anche sotto il profilo dell’araldica civica. Il documento progettuale esplicita infatti alcuni principi metodologici che, pur appartenendo da tempo alla tradizione della disciplina, raramente trovano una formulazione organica nei manuali di identità visiva predisposti dagli enti pubblici, che anzi frequentemente assimilano concettualmente uno stemma ad un logo commerciale. Tra questi principi assumono particolare rilievo la distinzione tra il contenuto araldico dello stemma e le sue molteplici rappresentazioni storiche, il valore attribuito alla blasonatura quale principale strumento di individuazione degli elementi permanenti dell’emblema e la necessità di distinguere le caratteristiche identitarie del segno dalle modificazioni introdotte dalle tecniche di riproduzione e dalla trasmissione iconografica.
Lo stemma storico della città
L’emblema civico di Gela affonda le proprie radici nella storia della città medievale di Terranova, rifondata nel 1233 per iniziativa dell’imperatore Federico II di Svevia nell’area occupata dall’antica colonia greca di Gela. Sebbene non sia noto un formale atto istitutivo dello stemma, la tradizione ne fa risalire l’origine proprio alla rifondazione federiciana.
Secondo la descrizione riportata da Araldica Civica, lo stemma è costituito da «un’aquila coronata con le ali spiegate che poggia le zampe su un basamento, formato dai capitelli contigui di due colonne doriche, in campo rosso». La stessa fonte osserva come gli elementi essenziali della composizione siano rimasti sostanzialmente costanti nel corso dei secoli, pur attraverso numerose varianti iconografiche che hanno interessato soprattutto gli aspetti stilistici della raffigurazione.

Nel corso della propria storia la città mutò più volte denominazione — da Terra Nova a Heraclea Terranova, quindi Terranova di Sicilia e, dal 1927, nuovamente Gela — mentre lo stemma conservò il proprio impianto simbolico fondamentale, adattandosi alle diverse modalità di rappresentazione delle varie epoche.
Proprio tale pluralità di raffigurazioni costituisce il punto di partenza del progetto sviluppato per il Comune di Gela. Il problema affrontato non consiste infatti nell’aggiornare uno stemma ritenuto superato, bensì nell’individuare una rappresentazione grafica contemporanea che, pur senza rinunciare alle esigenze di chiarezza e riproducibilità richieste dalla comunicazione istituzionale odierna, conservi integralmente il patrimonio simbolico trasmesso dalla tradizione araldica e dalla documentazione storica.
Va inoltre ricordato che, pur essendo da tempo utilizzato dall’amministrazione comunale e richiamato nello Statuto dell’Ente, lo stemma di Gela non risulta essere stato oggetto di una formale concessione araldica da parte delle competenti autorità dello Stato. Il lavoro di ricostruzione sviluppato attraverso il Brand Manual si inserisce pertanto anche nel percorso avviato dall’Amministrazione comunale per la definizione di una rappresentazione ufficiale dell’emblema in vista della relativa formalizzazione.
Scheda di approfondimento Cos’è uno stemma, la “soggettività araldica” ![]() Nel linguaggio corrente termini quali “stemma”, “logo”, “simbolo” e persino “marchio” vengono frequentemente utilizzati come sinonimi. In realtà essi identificano strumenti differenti, nati in epoche diverse e rispondenti a logiche profondamente differenti. Lo stemma è un “segno” di riconoscimento. La sua identità è determinata dall’insieme delle figure, degli smalti e dei rapporti compositivi che lo caratterizzano e che trovano espressione tecnica nella blasonatura. Quest’ultima non costituisce lo stemma in sé, ma la sua descrizione araldica, attraverso la quale il contenuto dell’emblema viene individuato, tramandato e interpretato. Come ogni descrizione tecnica, anche la blasonatura può presentare differenti formulazioni lessicali, purché esse continuino a descrivere il medesimo contenuto araldico. Ne consegue che lo stemma non coincide neppure con una determinata raffigurazione grafica. Una medesima arma può infatti essere rappresentata in modi differenti senza perdere la propria identità, purché rimangano riconoscibili gli elementi essenziali descritti dalla blasonatura e consolidati dalla tradizione araldica. Questo principio discende dalla stessa origine storica dell’araldica. Nata nel pieno Medioevo, quando ogni stemma veniva dipinto, scolpito o ricamato manualmente, essa non avrebbe potuto svilupparsi se avesse richiesto una perfetta uniformità delle immagini. La possibilità di rappresentare liberamente le figure araldiche entro i limiti fissati dalla blasonatura costituisce quindi una caratteristica originaria della disciplina e non una sua successiva evoluzione. Da tutto ciò ne consegue che ogni rappresentazione visiva in generale, ed ogni stemma in particolare, differisse anche significativamente da ogni altra sua copia. Basti pensare alle tante rappresentazioni dello stemma dei Visconti (facilmente reperibili anche in rete) tanto diverse tra loro, eppure sempre chiaramente riconoscibili e “uguali” a loro stesse, riproducendo sempre uno stemma in campo d’argento, dominato da un serpente azzurro, posto in verticale, attorcigliato su se stesso, nell’atto di ingoiare un fanciullo. Tale caratteristica distingue radicalmente – sul piano concettuale – uno stemma da un logo; così il logo della nota casa automobilistica Ferrari, sebbene dalle forme di uno stemma, resta un logo e non è uno stemma. Se infatti una tipografia riproducesse tale logo con una tonalità di giallo differente da quella originale, o raffigurasse il cavallino rampante con una zampa un poco più avanti o in alto di quanto non sia nell’immagine originale, la tipografia avrebbe commesso un errore, e il suo lavoro sarebbe certamente respinto. Non così con uno stemma, dove quel che conta è l’essenza delle figure e dei colori, e con un certo grado di approssimazione, la loro posizione spaziale; che poi l’eventuale leone riprodotto sia magro o paffutello, con il pelo liscio o ispido, sotto il profilo araldico è del tutto irrilevante, come irrilevante è l’impiego di un rosso magenta invece di un rosso cupo, o di un rosso chiaro: quel che interessa all’araldica, è che sia rosso. Ogni raffigurazione di uno stemma è dunque sempre da intendersi come una delle infinite variabili grafiche possibili, tutte lecite. Tutto ciò è noto anche con la definizione di “soggettività araldica”. ![]() Soggettività araldica: Seppur disegnato in modo differente, resta sempre lo stesso stemma Anche uno stemma può essere oggetto della definizione di una rappresentazione grafica ufficiale, particolarmente utile per garantire uniformità nella comunicazione istituzionale dell’ente. Ciò che occorre evitare è identificare tale rappresentazione con lo stemma stesso, poiché essa ne costituisce soltanto una delle possibili traduzioni figurative. . |
Dalla pluralità delle fonti alla ricostruzione del modello
Le numerose raffigurazioni storiche dello stemma di Gela costituiscono una conseguenza naturale della storia stessa dell’emblema. Incisioni, xilografie, sigilli, timbri, dipinti e riproduzioni tipografiche restituiscono infatti immagini spesso differenti nei dettagli, nelle proporzioni e nello stile esecutivo.
Il Brand Manual correttamente assume questa pluralità non come un’anomalia da correggere, ma come una testimonianza della lunga vicenda iconografica dello stemma. Le diverse immagini vengono considerate per quel che sono: espressioni di un medesimo patrimonio araldico, pur presentando inevitabili differenze riconducibili alle tecniche di riproduzione, alle sensibilità artistiche delle diverse epoche e alle modalità con cui ciascun autore ha interpretato la medesima composizione.
Da tale premessa deriva una conseguenza metodologica rilevante. Il problema progettuale non consiste nell’individuare quale raffigurazione storica debba essere fedelmente riprodotta, bensì nello stabilire quali elementi, ricorrenti nelle diverse testimonianze e coerenti con la blasonatura, debbano essere assunti come permanenti e quindi conservati nella rappresentazione contemporanea.

Il documento progettuale individua proprio nella blasonatura il principale riferimento per tale operazione, considerandola lo strumento attraverso il quale riconoscere la struttura permanente dello stemma al di là delle numerose varianti figurative documentate dalla tradizione. In questa prospettiva le singole immagini storiche non vengono considerate modelli assoluti, ma testimonianze utili alla ricostruzione critica dell’emblema.
È su queste premesse che si sviluppa il metodo illustrato nel Brand Manual, il quale distingue costantemente il valore documentario delle fonti storiche dalla definizione di un modello grafico destinato all’utilizzazione istituzionale contemporanea.
Gli elementi del modello e l’equilibrio compositivo
Secondo quanto illustrato nel documento progettuale, la nuova rappresentazione nasce quindi dalla comparazione critica delle fonti e dall’individuazione delle caratteristiche ritenute costanti nella tradizione iconografica, successivamente tradotte in un disegno unitario.
La struttura araldica così definita coordina in un unico sistema visivo i seguenti elementi essenziali emersi dall’indagine storica:
- L’aquila: raffigurata ad ali spiegate (o alzata), assume la centralità della composizione quale simbolo della rifondazione federiciana del 1233 e della sovranità istituzionale. Il disegno ha previsto l’ordinamento geometrico della piumatura per assicurarne la simmetria.
- Le colonne doriche: poste nella parte inferiore del campo, fungono da basamento iconografico ed evocano le vestigia del tempio greco di Gela, costituendo il legame visivo con l’antichità classica del sito.
- La corona ducale: posta a timbro dello scudo, fa riferimento alla dignità storica legata al ducato della famiglia Pignatelli, definita secondo i moduli geometrici propri delle corone araldiche nobiliari.
- Il motto: l’iscrizione “Heraclea Civitas Antiquissima” è stata integrata nel sistema visivo attraverso l’uso di caratteri epigrafici che ne migliorano la leggibilità e la stabilità assiale rispetto al corpo dello stemma.
Una parte significativa del lavoro riguarda la ricostruzione dei rapporti tra le diverse figure che compongono lo stemma.
L’aquila, le colonne e la corona non vengono considerate come figure autonome accostate tra loro, bensì come componenti di un unico sistema visivo la cui efficacia dipende anche dall’equilibrio delle proporzioni, dalla gerarchia visiva e dalla leggibilità dell’insieme.

In tale prospettiva il lavoro progettuale dichiara di ricondurre ad unità elementi che, nelle differenti testimonianze storiche, presentano talvolta rapporti dimensionali o compositivi non omogenei. Il documento parla, a questo proposito, di una ricomposizione dell’emblema orientata a restituire ordine, continuità e riconoscibilità all’intero sistema figurativo.
Più che sui singoli dettagli ornamentali, l’attenzione sembra quindi concentrarsi sulla struttura complessiva dello stemma, ricercando una maggiore coerenza tra le parti senza alterarne il significato araldico.
Il risultato: un modello per l’identità visiva istituzionale
La definizione di una rappresentazione ufficiale dello stemma costituisce soltanto uno degli aspetti del più ampio Brand Manual predisposto per il Comune di Gela. Il documento disciplina infatti l’intero sistema di identità visiva dell’Ente, definendo criteri di utilizzo dello stemma, versioni cromatiche, proporzioni, applicazioni istituzionali e modalità di impiego nei diversi contesti della comunicazione pubblica.
Il disegno elaborato nell’ambito del progetto assume pertanto la funzione di modello grafico ufficiale, destinato ad assicurare uniformità nelle future applicazioni senza pretendere di esaurire la ricchezza della tradizione iconografica dello stemma.
Inoltre – come già accennato – l’iniziativa si inserisce nel percorso avviato dall’Amministrazione comunale per la formalizzazione dell’emblema presso le competenti autorità dello Stato, costituendo un corposo strumento di supporto.
Raffaele Coppola e Giampietro Cianci
Scheda di approfondimento L’araldica civica italiana ![]() L’araldica è la scienza che studia gli stemmi, questi però sono raggruppabili in tre macro categorie, ovvero gli stemmi di persona e famiglia, gli stemmi ecclesiastici, e gli stemmi di enti. Quest’ultima categoria comprende in particolare gli enti territoriali, quali i comuni, le province, le regioni, e gli studi araldici ad essa dedicati, sono comunemente indicati come studi sull’araldica civica. Oggi in Italia solo questa categoria dell’araldica (o meglio gran parte di essa) è disciplinata e tutelata dallo Stato, e la normativa di riferimento è il Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2011, n.25 – Suppl. Ordinario n.26. Tale Decreto all’articolo 2 precisa che: sono destinatari delle disposizioni di cui al presente decreto: le regioni, le province, le città metropolitane, i comuni, le comunità montane, le comunità isolane, i consorzi, le unioni di comuni, gli enti con personalità giuridica, le banche, le fondazioni, le università, le società, le associazioni, le Forze armate ed i Corpi ad ordinamento civile e militare dello Stato. L’articolo 5 invece precisa le caratteristiche tecniche degli emblemi civici: 1) Lo scudo obbligatoriamente adottato per la costruzione degli stemmi è quello sannitico moderno … 2) Le province, i comuni insigniti del titolo di città ed i comuni dovranno collocare sopra lo stemma la corona a ciascuno spettante, come di seguito descritta: a) provincia: cerchio d’oro gemmato con le cordonature lisce ai margini, racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia, al naturale, uscenti dalla corona, decussati e ricadenti all’infuori: ![]() b) comune insignito del titolo di città: corona turrita, formata da un cerchio d’oro aperto da otto pusterle (cinque visibili) con due cordonate a muro sui margini, sostenente otto torri (cinque visibili), riunite da cortine di muro, il tutto d’oro e murato di nero: ![]() c) comune: corona formata da un cerchio aperto da quattro pusterle (tre visibili), con due cordonate a muro sui margini, sostenente una cinta, aperta da sedici porte (nove visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a coda di rondine, il tutto d’argento e murato di nero: ![]() 3) Gli enti di cui all’articolo 2, diversi da provincia, comune insignito del titolo di città e comune, possono fregiare il proprio stemma con corone speciali di cui è studiata di volta in volta la realizzazione a cura dell’ Ufficio onorificenze e araldica. 4) Il gonfalone consiste in un drappo rettangolare di cm. 90 per cm. 180, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma. Il drappo è sospeso mediante un bilico mobile ad un’asta ricoperta di velluto dello stesso colore, con bullette poste a spirale, e terminata in punta da una freccia, sulla quale sarà riprodotto lo stemma, e sul gambo il nome dell’ente. Il gonfalone ornato e frangiato è caricato, nel centro, dello stemma dell’ente, sormontato dall’iscrizione centrata (convessa verso l’alto) dell’ente medesimo. La cravatta frangiata deve consistere in nastri tricolorati dai colori nazionali. Le parti metalliche del gonfalone devono essere: argentate per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. Analogamente i ricami, i cordoni, l’iscrizione e le bullette a spirale devono essere d’argento per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. ![]() Il precedente articolo 4, fornisce inoltre delle indicazioni in merito ai motti: I motti devono essere scritti su liste bifide e svolazzanti dello stesso colore del campo dello scudo, con lettere maiuscole romane, collocate sotto la punta dello scudo. Non sono invece formalmente menzionate le fronde che accompagnano lo scudo ai lati per poi unirsi al di sotto della sua punta, ma il rinvio alla normativa preesistente per quanto non normato dal decreto in questione, oltre alla loro costante presenza nei bozzetti esemplificativi e nelle faq presenti sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri legittimano la comune interpretazione che esse siano previste, e lo siano con le caratteristiche indicate nelle suddette faq: 7) Le fronde che ornano lo scudo che ruolo hanno? Arricchiscono lo scudo ed effigiano l’alloro e la quercia, con le foglie di verde e con le drupe e le bacche d’oro; tali fronde si pongono legate in basso con un nastro tricolorato con i colori nazionali. Da annotare infine che il comma 1 dell’art. 4 del già richiamato DPCM del 28/01/2011 precisa che “Gli stemmi ed i gonfaloni storici delle province e dei comuni non possono essere modificati”. I disegni accompagnatori della presente scheda sono desunti dal testo del DPCM del 28/01/2011. Testo integrale del Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 . |
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