Nuovi emblemi araldici per Sovizzo
Il Comune di Sovizzo, in provincia di Vicenza, ha un nuovo stemma ed un nuovo gonfalone, che riconoscono anche visivamente l’unione tra i comuni di Gambugliano e appunto Sovizzo.
IL PERCORSO ISTITUZIONALE
L’unione tra le due realtà amministrative è avvenuta il 22 gennaio 2024 attraverso la Legge Regionale 29 dicembre 2023 n.33, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione del Veneto n.171 del 29/12/2023.
Per promuovere l’unione tra le due comunità è stato svolto un referendum consultivo regionale tra il 29 e 30 ottobre 2023, che ha fatto seguito ad una precedente consultazione avvenuta nel 2016. A Gambugliano (che contava poco più di 800 abitanti) ha risposto “Sì” il 64,47% dei votanti con un’affluenza alle urne del 56,52% degli aventi diritto. Ha prevalso il “Sì” anche a Sovizzo (che contava poco più di 7.000 abitanti, distribuiti su una superficie di circa il doppio di quella di Gambugliano) con il 94,17% e affluenza del 29,63%.
Non avendo Sovizzo raggiunto il quorum del 30% per soli 25 voti, è stato necessario attendere il via libera alla fusione dal Consiglio Regionale, avvenuto a gennaio 2024 con la suddetta legge.
Può qui essere utile ricordare che Sovizzo è una delle tre fusioni di comuni veneti approvate nel 2024, insieme ai comuni di Santa Caterina d’Este e Setteville.
Da qui l’iter che ha portato lo scorso 23 maggio 2025 all’emanazione del Decreto di Concessione del nuovo stemma e del nuovo gonfalone, da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Decreto che è stato consegnato venerdì 7 novembre 2025 in prefettura a Vicenza, dal prefetto Filippo Romano al sindaco di Sovizzo Matteo Forlin. Ad accompagnare il primo cittadino, l’assessore e consigliere comunale Valentina Oliviero, l’assessore Stefano Bravo, il segretario comunale Paolo Foti e la responsabile della segreteria generale Antonella Vitale. Presente per l’occasione anche il viceprefetto aggiunto Emanuele Cassaro, che, in qualità di commissario prefettizio, ha guidato il Comune neoistituito dalla fusione fino all’insediamento, a seguito di elezioni, degli organi ordinari.
«La consegna del Gonfalone con il nuovo stemma rappresenta un momento di riconoscimento istituzionale e di valorizzazione di un percorso all’insegna dell’efficientamento e della ottimizzazione della qualità dei servizi per la collettività – ha dichiarato il prefetto Filippo Romano – È un importante segno di continuità e di coesione tra territori che condividono storia, cultura e tradizioni».
“Questo stemma – ha invece commentato il sindaco Forlin – racconta chi siamo: due comunità che hanno scelto di unirsi nel rispetto delle proprie origini, costruendo insieme un’identità nuova, solida e condivisa. È un simbolo di coesione, di appartenenza e di fiducia nel futuro del nostro territorio.”

IL PERCORSO ARALDICO
Venendo agli aspetti araldici della vicenda, la scelta dell’amministrazione è stata quella di adottare un nuovo emblema, che però richiamasse le insegne precedentemente in uso dalle due comunità. Vediamo dunque quali fossero le insegne precedentemente in uso.
Per quanto riguarda Gambugliano, l’amministrazione civica aveva ottenuto dal Presidente della Repubblica la concessione di uno stemma e di un gonfalone il 7 Ottobre 1977 (fonte Araldica Civica). L’insegna propriamente araldica era del tipo a “cartolina”, in cui cioè si cercava di riprodurre luoghi e strutture del territorio, proponendo più una similfotografia che non una composizione araldica.
La composizione era dunque dominata dalla raffigurazione di un castello (vedremo che è importante notare come fosse merlato alla ghibellina, ovvero con le cuspidi dei merli a “coda di rondine”) a richiamare un’analoga struttura documentata sul territorio almeno dal 1213; ai piedi del castello, una mandria di buoi al pascolo, il tutto sovrastato da un covone di grano, per ricordare le principali attività economiche svolte nella comunità.

Semplicissimo il gonfalone, che proponeva l’insegna araldica municipale, su un fondo uniformemente d’argento, ed un drappo in linea con la tradizione e le normative vigenti.

Anche lo stemma di Sovizzo, concesso con Regio Decreto il 19 Dicembre 1935, e originariamente completato da un “Capo del Littorio”, non si sottraeva dall’idea di richiamare alcune caratteristiche del territorio attraverso l’inserimento di un castello su un colle che ricordasse le roccaforti di Montemezzo e Sovizzo Colle, erette per difendersi dalle incursioni degli Ungari prima dell’anno 1000 (fonte SovizzoTime); ma tale soluzione veniva stemperata da un fondo prettamente araldico, dato da un fasciato di quattro pezzi, di rosso e d’argento.

Originale anche la soluzione adottata per il gonfalone, concesso da un successivo Regio Decreto del 17 Maggio 1937, e caratterizzato da uno spaccato di rosso e d’argento, caricato in cuore dell’arme municipale.

Nell’ideare la nuova insegna si è dunque deciso di conservare lo sfondo dello stemma di Sovizzo (il fasciato), ma anche il castello, che però è stato “personalizzato” con la merlatura ghibellina del castello presente nello stemma di Gambugliano; la collina che sosteneva il maniero nell’insegna di Sovizzo, è stata poi trasformata in una pianura, che riprende la terrazza dello stemma di Gambugliano. Dallo stemma di Gambugliano è stato ripreso anche il covone di grano, trasposto e trasformato nella nuova composizione in tre spighe. Su queste ultime si osserva che nel bozzetto originale tali spighe sono rappresentate impugnate, cioè unite alla base, caratteristica che la blasonatura ufficiale non conferma.

Infine, per quanto riguarda il gonfalone, esso ha abbandonato l’originalità dell’impostazione in uso sull’insegna di Sovizzo, per adottare la più tradizionale soluzione utilizzata a Gambugliano, proponendo un fondo argento su cui campeggia il nuovo stemma civico.

QUALCHE CONSIDERAZIONE ARALDICA
Il nuovo emblema araldico di Sovizzo ha adottato un criterio estremamente diffuso nell’araldica civica contemporanea, ovvero il cercare di porre sullo scudo elementi identificativi della comunità, o delle comunità che dovrà rappresentare; un tentativo che si può considerare quasi un imperativo quando si tratta – come in questo caso – dell’unione di due comunità diverse, per di più entrambe già munite di una propria insegna civica.
Il ricorrente rischio di tale impostazione metodologica, è la creazione di “stemmi marsupio” (definizione mutuata da uno storico funzionario dell’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri), cioè di un contenitore entro cui vengono gettati più o meno a casaccio un insieme di elementi privi di coordinamento tra loro, dando luogo ad una raccolta oltretutto mutevole nel tempo, in funzione di fusioni, accorpamenti, distacchi territoriali.
Nel caso specifico poi i punti di partenza del lavoro erano due “stemmi cartolina”, ovvero stemmi che miravano più alla rappresentazione (più o meno astratta) del territorio che non a fornire uno strumento di facile identificazione della Comunità.
Nell’accostarsi ad uno stemma, è sempre utile ricordare le ragioni che hanno determinato la nascita di questa disciplina e ne hanno definito le caratteristiche, ovvero: la necessità di rendere riconoscibile chi avrebbe utilizzato l’insegna araldica ideata.
Il concetto trova oggi piena applicazione nelle divise sportive, adottate ed utilizzate per rendere riconoscibili i propri compagni di gioco dagli avversari, anche nelle fasi più concitate dell’attività svolta.
Similmente le insegne araldiche nacquero per rendere riconoscibili cavalieri e soldati nelle mischie e nei tornei. Data l’efficacia di tale soluzione, l’uso dell’araldica si estese anche ad altri ambiti, ivi compreso quello delle comunità. Le insegne civiche dunque se in passato sono state utilizzate anche sui campi di battaglia per fornire un inequivocabile punto di riferimento (si pensi al leggendario carroccio milanese) oltre che di identificazione, hanno avuto e continuano ad avere largo impiego anche in altre occasioni, ma sempre per rendere più facilmente identificabile un ente, il suo territorio e le sue strutture; a tal riguardo si pensi ad eventi pubblici di particolare rilevanza o a (più rare) sfilate, in cui i gonfaloni comunali segnalano la presenza e l’adesione alla manifestazione dell’ente titolare.
In quest’ottica si comprende la necessità di avere emblemi semplici nelle composizioni e leggibili negli accostamenti cromatici, anche a distanza, anche fra altri.
Poche partizioni, poche figure (meglio se una sola), pochi colori (meglio se solo due) ed in contrasto tra loro (colori chiari – i “metalli” argento ed oro -, e colori scuri – gli “smalti” azzurro, rosso, nero, verde, al limite porpora-).

La bellezza e l’efficacia degli stemmi (ad esempio) di Milano (d’argento alla croce di rosso), o di Firenze (d’argento, al giglio bottonato, di rosso) esemplifica meglio di tante parole tali concetti.
Alla luce di queste considerazioni, pur dovendo riconoscere che nel caso di Sovizzo si sia fatto un lavoro più attento e diligente che nella maggior parte delle altre situazioni analoghe, riteniamo che forse si sia persa un’occasione.
Scheda di approfondimento L’araldica civica italiana ![]() L’araldica è la scienza che studia gli stemmi, questi però sono raggruppabili in tre macro categorie, ovvero gli stemmi di persona e famiglia, gli stemmi ecclesiastici, e gli stemmi di enti. Quest’ultima categoria comprende in particolare gli enti territoriali, quali i comuni, le province, le regioni, e gli studi araldici ad essa dedicati, sono comunemente indicati come studi sull’araldica civica. Oggi in Italia solo questa categoria dell’araldica (o meglio gran parte di essa) è disciplinata e tutelata dallo Stato, e la normativa di riferimento è il Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2011, n.25 – Suppl. Ordinario n.26. Tale Decreto all’articolo 2 precisa che: sono destinatari delle disposizioni di cui al presente decreto: le regioni, le province, le città metropolitane, i comuni, le comunità montane, le comunità isolane, i consorzi, le unioni di comuni, gli enti con personalità giuridica, le banche, le fondazioni, le università, le società, le associazioni, le Forze armate ed i Corpi ad ordinamento civile e militare dello Stato. L’articolo 5 invece precisa le caratteristiche tecniche degli emblemi civici: 1) Lo scudo obbligatoriamente adottato per la costruzione degli stemmi è quello sannitico moderno … 2) Le province, i comuni insigniti del titolo di città ed i comuni dovranno collocare sopra lo stemma la corona a ciascuno spettante, come di seguito descritta: a) provincia: cerchio d’oro gemmato con le cordonature lisce ai margini, racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia, al naturale, uscenti dalla corona, decussati e ricadenti all’infuori: ![]() b) comune insignito del titolo di città: corona turrita, formata da un cerchio d’oro aperto da otto pusterle (cinque visibili) con due cordonate a muro sui margini, sostenente otto torri (cinque visibili), riunite da cortine di muro, il tutto d’oro e murato di nero: ![]() c) comune: corona formata da un cerchio aperto da quattro pusterle (tre visibili), con due cordonate a muro sui margini, sostenente una cinta, aperta da sedici porte (nove visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a coda di rondine, il tutto d’argento e murato di nero: ![]() 3) Gli enti di cui all’articolo 2, diversi da provincia, comune insignito del titolo di città e comune, possono fregiare il proprio stemma con corone speciali di cui è studiata di volta in volta la realizzazione a cura dell’ Ufficio onorificenze e araldica. 4) Il gonfalone consiste in un drappo rettangolare di cm. 90 per cm. 180, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma. Il drappo è sospeso mediante un bilico mobile ad un’asta ricoperta di velluto dello stesso colore, con bullette poste a spirale, e terminata in punta da una freccia, sulla quale sarà riprodotto lo stemma, e sul gambo il nome dell’ente. Il gonfalone ornato e frangiato è caricato, nel centro, dello stemma dell’ente, sormontato dall’iscrizione centrata (convessa verso l’alto) dell’ente medesimo. La cravatta frangiata deve consistere in nastri tricolorati dai colori nazionali. Le parti metalliche del gonfalone devono essere: argentate per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. Analogamente i ricami, i cordoni, l’iscrizione e le bullette a spirale devono essere d’argento per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. ![]() Il precedente articolo 4, fornisce inoltre delle indicazioni in merito ai motti: I motti devono essere scritti su liste bifide e svolazzanti dello stesso colore del campo dello scudo, con lettere maiuscole romane, collocate sotto la punta dello scudo. Non sono invece formalmente menzionate le fronde che accompagnano lo scudo ai lati per poi unirsi al di sotto della sua punta, ma il rinvio alla normativa preesistente per quanto non normato dal decreto in questione, oltre alla loro costante presenza nei bozzetti esemplificativi e nelle faq presenti sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri legittimano la comune interpretazione che esse siano previste, e lo siano con le caratteristiche indicate nelle suddette faq: 7) Le fronde che ornano lo scudo che ruolo hanno? Arricchiscono lo scudo ed effigiano l’alloro e la quercia, con le foglie di verde e con le drupe e le bacche d’oro; tali fronde si pongono legate in basso con un nastro tricolorato con i colori nazionali. Da annotare infine che il comma 1 dell’art. 4 del già richiamato DPCM del 28/01/2011 precisa che “Gli stemmi ed i gonfaloni storici delle province e dei comuni non possono essere modificati”. I disegni accompagnatori della presente scheda sono desunti dal testo del DPCM del 28/01/2011. Testo integrale del Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 . |
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