Nuove insegne araldiche per Atripalda

Atripalda è una città di poco più di diecimila abitanti della provincia di Avellino che si trova nella singolare situazione di essersi vista riconosciuta il titolo di “Città” sin dal 1867 (Regio Decreto 3822 del 18/07/1867), ma di non avere un’emblematica araldica ufficiale, sebbene uno stemma civico sia attestato da oltre 150 anni, e da molti anni faccia pubblico uso anche di un gonfalone.

Il percorso di ricerca e autorizzazione

A far emergere l’anomalia è stata l’attuale amministrazione comunale guidata dal sindaco Paolo Spagnuolo, che nella persona del vicesindaco e assessore agli affari istituzionali Domenico Landi, all’atto del proprio insediamento nel 2022, ha notato l’uso di emblemi diversi tra loro nella comunicazione comunale. Così, cercando di capire quale fosse la versione corretta da utilizzare, è stata svolta una ricerca negli archivi comunali, e sono stati contattati l’Archivio di Stato di Napoli, l’Archivio di Stato di Avellino, l’Ufficio Araldico dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, e l’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono state proprio le verifiche fatte presso questi enti a far emergere come Atripalda, pur a fronte di un riconoscimento pubblico del titolo di “città” come detto ottenuto nel 1867, non abbia mai avuto una formale concessione di uno stemma civico, né di un gonfalone, e neppure di una bandiera. A rendere il quadro ancora più inusuale è stato il rinvenimento presso l’archivio comunale di un atto del 1867 e di un bassorilievo del 1890 che attestano lo stemma attualmente in uso, mentre presso l’Archivio di Stato di Avellino sono emersi due stemmi attribuiti alla comunità di Atripalda, uno risalente al 1869, e uno risalente al 1898, completamente diversi tra loro, di cui il secondo allineato a quello attualmente utilizzato “arbitrariamente”, ma il primo del tutto difforme.

1869
Lo stemma conservato presso l’Archivio di Stato di Avellino risalente al 1869 ed attributo ad Atripalda

Purtroppo al momento non ci è stato possibile approfondire questo interessante duplice ritrovamento avellinese, e dunque per ora ci limitiamo a registrarlo semplicemente come dato acquisito.

Constatato dunque il vuoto normativo, l’amministrazione comunale di Atripalda ha deciso di porvi rimedio, incaricando il Graphic Designer Michelangelo Di Gisi di predisporre idee e materiali da sottoporre alla valutazione dell’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, onde poter ottenere l’agognata concessione presidenziale.

Di Gisi dunque ha studiato l’incartamento e ha predisposto un’apposita relazione tecnica, sulla base della quale il Consiglio Comunale di Atripalda all’unanimità il 20 dicembre 2024 ha approvato i bozzetti di stemma, gonfalone e bandiera, da inviare a Roma, da cui ora si attendono le indicazioni del caso (le tempistiche normalmente si aggirano tra i 6 ed i 12 mesi).

Gli elementi tecnici delle scelte operate

Analizzando la relazione tecnica di Di Gisi (on line qui), traspare come, pur non avendo competenze araldiche (diverse le “ingenuità” contenute nel suo elaborato), il grafico abbia formulato delle proposte più rigorose e al contempo più originali di quanto purtroppo avvenga nella maggior parte dei casi analoghi.

Allora possiamo osservare che l’estensore della relazione approccia la questione da grafico contemporaneo e non da araldista, soffermandosi molto sulle caratteristiche grafiche (appunto) dell'”immagine-stemma” (sostanzialmente irrilevanti dal punto di vista araldico), e pretendendo di fissarne precisamente i cromatismi (ne indica i codici, cosa che araldicamente è inaccettabile anche se alcuni – pochi – araldisti si sono fatti portatori di tale innovazione).

Di Gisi palesa poi una conoscenza limitata della materia: significativo che la relazione sia titolata “Araldico – sic! – Città di Atripalda“, e che la versione in bianco e nero dello stemma non rispetti l’abituale sistema di tratteggi convenzionalmente utilizzati in araldica – il cosiddetto “Metodo Pietrasanta” – .

Nonostante questi limiti, bisogna riconoscere a Di Gisi la volontà di rispettare la tradizione storica dell’emblematica atripaldese, adeguandone le sbavature alle “regole” codificate da secoli di tradizione e adottate dall’araldica pubblica italiana, senza rinunciare ad aggiungere un tocco di innovazione dove effettivamente ve ne siano gli spazi, senza forzare, come invece tal volta fanno araldisti ben più preparati.

stemma
Disegno Di Gisi – La bozza del “nuovo” stemma di Atripalda approntato da Di Gisi: “D’azzurro al destrocherio di carnagione, vestito di rosso, movente dal fianco sinistro dello scudo ed impugnante un flagello di tre corde nodose terminanti in altrettante palle, il tutto d’oro” (Blasonatura storica)

LO STEMMA

Di Gisi dunque parte dalla blasonatura dello stemma ritrovato nell’archivio comunale, e risalente al 1867: “D’azzurro al destrocherio di carnagione, vestito di rosso, movente dal fianco sinistro dello scudo ed impugnante un flagello di tre corde nodose terminanti in altrettante palle, il tutto d’oro”, blasonatura che si guarda bene dal mettere in discussione, che adotta pedissequamente, e che diventa dunque criterio inequivocabile con cui giudicare ogni versione dello stemma civico in circolazione.

A riguardo però va evidenziato che tale composizione, con un fondo di smalto (azzurro) su cui poggia una figura in gran parte pure di smalto (il destrocherio vestito di rosso), formalmente viola la “regola” che vieta la sovrapposizione di elementi smaltati.

gonfalone
Disegno Di Gisi: La bozza del nuovo gonfalone di Atripalda approntata da Di Gisi

IL GONFALONE

A differenza di quanto fatto per lo stemma, per il gonfalone Di Gisi propone una modifica sostanziale, sostituendo il verde attualmente in uso per il drappo, con il rosso, cioè uno dei due colori dominanti lo stemma, così come previsto dal punto 4 dell’art. 5 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° febbraio 2011 (“un drappo … del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma“). Dunque non propriamente un’innovazione, quanto una correzione alla normativa vigente.

Va osservato come proprio questa composizione – soprattutto nelle tonalità utilizzate da Di Gisi – palesi la validità della secolare regola dell’alternanza fra smalti e metalli, o meglio del contrasto cromatico – giacché il risultato proposto, e ora al vaglio dell’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, risulti piuttosto cupo, cromaticamente piatto, e relativamente poco leggibile (senza – è bene precisarlo – che il designer abbia colpe, essendosi limitato a conservare colori già fissati in precedenza, e ad applicare la normativa vigente).

bandiera
Disegno Di Gisi: La bozza della nuova bandiera di Atripalda approntata da Di Gisi

LA BANDIERA

Discorso completamente diverso per quanto riguarda infine la bandiera, trattandosi di un elemento del tutto nuovo per l’araldica di Atripalda. Qui Di Gisi pur attenendosi al consolidato – e da noi sempre deprecato – uso di ricorrere a un vessillo stemmato – in luogo di un preferibile vessillo armeggiato (che però in questo caso sarebbe risultato graficamente sbilanciato dalla presenza di un elemento uscente dal lato sinistro dello scudo) – ha il coraggio di proporre una soluzione originale con pochi epigoni, ovvero un fondo “tagliato” (cioè diviso diagonalmente) con i due colori principali dello stemma.

Detta dell’originalità della scelta, purtroppo anche in questo caso si palesano i limiti già emersi con il gonfalone in quanto a luminosità complessiva della composizione, con l’aggravante che in questo caso una parte dello stemma si trova appoggiata su un fondo del suo medesimo colore, rendendone davvero difficile la lettura.

Per consultare la relazione tecnica predisposta da Michelangelo Di Gisi


Scheda di approfondimento
L’araldica civica italiana

Stemma vuoto di comune

L’araldica è la scienza che studia gli stemmi, questi però sono raggruppabili in tre macro categorie, ovvero gli stemmi di persona e famiglia, gli stemmi ecclesiastici, e gli stemmi di enti.

Quest’ultima categoria comprende in particolare gli enti territoriali, quali i comuni, le province, le regioni, e gli studi araldici ad essa dedicati, sono comunemente indicati come studi sull’araldica civica.

Oggi in Italia solo questa categoria dell’araldica (o meglio gran parte di essa) è disciplinata e tutelata dallo Stato, e la normativa di riferimento è il Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2011, n.25 – Suppl. Ordinario n.26.

Tale Decreto all’articolo 2 precisa che: sono destinatari delle disposizioni di cui al presente decreto: le regioni, le province, le città metropolitane, i comuni, le comunità montane, le comunità isolane, i consorzi, le unioni di comuni, gli enti con personalità giuridica, le banche, le fondazioni, le università, le società, le associazioni, le Forze armate ed i Corpi ad ordinamento civile e militare dello Stato.

L’articolo 5 invece precisa le caratteristiche tecniche degli emblemi civici:

1) Lo scudo obbligatoriamente adottato per la costruzione degli stemmi è quello sannitico moderno …

2) Le province, i comuni insigniti del titolo di città ed
i comuni dovranno collocare sopra lo stemma la corona a
ciascuno spettante, come di seguito descritta:
a) provincia: cerchio d’oro gemmato con le cordonature lisce ai margini, racchiudente due rami, uno di alloro e
uno di quercia, al naturale, uscenti dalla corona, decussati
e ricadenti all’infuori:

Corona di Provincia
b) comune insignito del titolo di città: corona turrita,
formata da un cerchio d’oro aperto da otto pusterle (cinque visibili) con due cordonate a muro sui margini, sostenente otto torri (cinque visibili), riunite da cortine di muro, il tutto d’oro e murato di nero:

Corona di città
c) comune: corona formata da un cerchio aperto da
quattro pusterle (tre visibili), con due cordonate a muro
sui margini, sostenente una cinta, aperta da sedici porte
(nove visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a
coda di rondine, il tutto d’argento e murato di nero:

Corona Comune

3) Gli enti di cui all’articolo 2, diversi da provincia, comune insignito del titolo di città e comune, possono fregiare il proprio stemma con corone speciali di cui è studiata di volta in volta la realizzazione a cura dell’ Ufficio onorificenze e araldica.

4) Il gonfalone consiste in un drappo rettangolare di cm. 90 per cm. 180, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma. Il drappo è sospeso mediante un bilico mobile ad un’asta ricoperta di velluto dello stesso colore, con bullette poste a spirale, e terminata in punta da una freccia, sulla quale sarà riprodotto lo stemma, e sul gambo il nome dell’ente. Il gonfalone ornato e frangiato è caricato, nel centro, dello stemma dell’ente, sormontato dall’iscrizione centrata (convessa verso l’alto) dell’ente medesimo. La cravatta frangiata deve consistere in nastri tricolorati dai colori nazionali. Le parti metalliche del gonfalone devono essere: argentate per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. Analogamente i ricami, i cordoni, l’iscrizione e le
bullette a spirale devono essere d’argento per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città.

Gonfalone comunale

Il precedente articolo 4, fornisce inoltre delle indicazioni in merito ai motti: I motti devono essere scritti su liste bifide e svolazzanti dello stesso colore del campo dello scudo, con lettere maiuscole romane, collocate sotto la punta dello scudo.

Non sono invece formalmente menzionate le fronde che accompagnano lo scudo ai lati per poi unirsi al di sotto della sua punta, ma il rinvio alla normativa preesistente per quanto non normato dal decreto in questione, oltre alla loro costante presenza nei bozzetti esemplificativi e nelle faq presenti sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri legittimano la comune interpretazione che esse siano previste, e lo siano con le caratteristiche indicate nelle suddette faq: 7) Le fronde che ornano lo scudo che ruolo hanno? Arricchiscono lo scudo ed effigiano l’alloro e la quercia, con le foglie di verde e con le drupe e le bacche d’oro; tali fronde si pongono legate in basso con un nastro tricolorato con i colori nazionali.

Da annotare infine che il comma 1 dell’art. 4 del già richiamato DPCM del 28/01/2011 precisa che “Gli stemmi ed i gonfaloni storici delle province e dei comuni non possono essere modificati”.

I disegni accompagnatori della presente scheda sono desunti dal testo del DPCM del 28/01/2011.

Testo integrale del Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011
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stemma
Disegno Di Gisi – La bozza del “nuovo” stemma di Atripalda approntato da Di Gisi: “D’azzurro al destrocherio di carnagione, vestito di rosso, movente dal fianco sinistro dello scudo ed impugnante un flagello di tre corde nodose terminanti in altrettante palle, il tutto d’oro” (Blasonatura storica)
17 Ottobre 2025
Raffaele Coppola

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