Lo stemma di monsignor Giampaolo Dianin

Lo scorso 3 novembre papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Chioggia, presentata per raggiunti limiti d’età, da S.E. Mons. Adriano Tessarollo; contestualmente il Santo Padre ha nominato Vescovo di Chioggia il Rev.do Mons. Giampaolo Dianin, del clero della Diocesi di Padova (Bollettino sala stampa della Santa Sede).

S.E. Mons. Giampaolo Dianin è nato il 29 ottobre 1962 a Teolo, in provincia di Padova, ed è stato ordinato sacerdote il 7 giugno 1987; dal 2009 al 2021 è stato docente e rettore del seminario maggiore di Padova. La sua ordinazione episcopale è prevista per il 16 gennaio 2022 mentre prenderà il possesso canonico della diocesi affidatagli il successivo 30 gennaio.

E’ invece di ieri, domenica 21 novembre, solennità di Cristo Re dell’Universo, la presentazione dell’insegna araldica che lo accompagnerà nel suo mandato pastorale, presentazione che di seguito riportiamo nella sua versione integrale:

ESEGESI

“Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio”[1]. “L’araldica è un linguaggio complesso e particolare costituito da una miriade di figure e lo stemma è un contrassegno che deve esaltare una particolare impresa, un fatto importante, un’azione da perpetuare. Questa scienza documentaria della storia dapprima era riservata ai cavalieri ed ai partecipanti ai fatti d’armi, sia guerreschi che sportivi, che si rendevano riconoscibili grazie allo stemma, posto sullo scudo, sull’elmo, sulla bandiera e anche sulla gualdrappa, rappresentante l’unico modo per distinguersi gli uni dagli altri. L’araldica dei cavalieri venne quasi subito imitata dalla Chiesa, anche se gli enti ecclesiastici in periodo pre-araldico avevano già propri segni distintivi, tanto che al sorgere dell’araldica, nel secolo XII, tali figure assunsero i colori e l’aspetto propri di quella simbologia[2]. “Il dotto e famoso araldista Goffredo di Crollalanza in Genesi e Storia del Linguaggio Blasonico (1876) tra l’altro scrive; ‘L’araldica ebbe la cavalleria per autore, il bisogno per movente, il trofeo per scopo, i tornei e le crociate per occasione, il campo di battaglia per culla, l’armatura per campo, il disegno per mezzo, il simbolo per ausiliare, il creato per materia, l’ideologia per concetto, il blasone per conseguenza’. Ed aggiunge: ‘Il blasone non è l’illustrazione; come la mente non è l’anima, ma la manifestazione dell’anima”[3]. “Gli stemmi entrarono nella Chiesa attraverso i sigilli. Molto tempo prima della nascita dell’araldica, in modo del tutto indipendente dai lords e dai loro funzionari, gli ufficiali della Chiesa avevano diritto al sigillo, il che significa che erano abilitati ad autenticare documenti e contratti contrassegnandoli con i propri sigilli. Oltre a questo uso secolare del sigillo da parte del clero, il Codice di diritto canonico richiedeva l’uso del sigillo, e tuttora lo richiede”[4]. “L’araldica ecclesiastica al nostro tempo è viva, attuale e largamente utilizzata. Per un prelato, l’uso di uno stemma deve oggi essere definito quale simbolo, figura allegorica, espressione grafica, sintesi e messaggio del suo ministero. Occorre ricordare che agli ecclesiastici fu sempre vietato l’esercizio della milizia e il porto delle armi e per tale motivo non si sarebbe dovuto adottare il termine ‘scudo’ o ‘arme’ propri dell’araldica; tuttavia va detto che sino a tempi recenti gli ecclesiastici usavano il loro stemma di famiglia, molto spesso privo di qualunque simbologia religiosa. La stessa simbologia della Chiesa Romana è attinta dal Vangelo ed è rappresentata dalle chiavi consegnate da Cristo all’apostolo Pietro”[5]. Nel primo periodo gli stemmi ecclesiastici risultavano con lo scudo timbrato dalla mitria con le infule svolazzanti; con il passare del tempo si consoliderà, invece, alla sommità dello scudo il cappello prelatizio con i cordoni ed i vari ordini di nappe o fiocchi, di diverso numero secondo la dignità, il tutto di verde se vescovi, arcivescovi e patriarchi, il tutto di rosso se cardinali di Santa Romana Chiesa. Annotiamo, inoltre, che con “L’Istruzione sulle vesti, i titoli e gli stemmi dei cardinali, dei vescovi e dei prelati inferiori” del 31 marzo 1969, a firma del cardinale segretario di Stato Amleto Cicognani, all’art. 28 si recita testualmente: “Ai cardinali e ai vescovi è permesso l’uso dello stemma. La configurazione di tale stemma dovrà essere conforme alle norme che regolano l’araldica e risultare opportunamente semplice e chiaro. Dallo stemma si tolgono sia il pastorale che la mitra”[6]. Nel successivo art. 29 si precisa che ai cardinali è permesso di far apporre il proprio stemma sulla facciata della chiesa che è attribuita loro come titolo o diaconia. Gli eccellentissimi e reverendissimi vescovi timbrano, infatti, lo scudo, accollato ad una croce astile semplice d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, cordoni e nappe di verde. I fiocchi in numero di dodici sono disposti sei per parte, in tre ordini di 1, 2, 3. L’origine e l’uso dei cappelli di verde, per i patriarchi, arcivescovi e vescovi, si vuole derivato dalla Spagna, dove, nel Medioevo, i prelati usavano un cappello prelatizio di verde. Per tale motivo gli scudi dei vescovi, arcivescovi e patriarchi risultano timbrati con un cappello di verde. Gli eccellentissimi e reverendissimi arcivescovi timbrano lo scudo, accollato ad una croce astile patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, cordoni e nappe di verde. I fiocchi in numero di venti sono disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4. Gli eccellentissimi e reverendissimi patriarchi timbrano lo scudo, accollato ad una croce astile patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, cordoni e nappe di verde. I fiocchi in numero di trenta sono disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1, 2, 3, 4, 5[7]. Gli eminentissimi e reverendissimi signori cardinali di Santa Romana Chiesa timbrano lo scudo, accollato ad una croce astile patriarcale d’oro, trifogliata, posta in palo, con il cappello, cordoni e nappe di rosso. I fiocchi in numero di trenta sono disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1, 2, 3, 4, 5. Nel 1245, nel corso del Concilio di Lione, il papa Innocenzo IV (1243-1254) concesse ai cardinali un cappello di rosso, quale particolare distintivo d’onore e di riconoscimento tra gli altri prelati, da usarsi nelle cavalcate in città. Lo prescrisse di rosso per ammonirli ad essere sempre pronti a spargere il proprio sangue per difendere la libertà della Chiesa e del popolo cristiano. Ed è per questo motivo che dal XIII secolo i cardinali timbrano il loro scudo con un cappello di rosso, ornato di cordoni e di nappe dello stesso colore. Infine, l’eminentissimo e reverendissimo signor cardinale camerlengo di Santa Romana Chiesa porta lo scudo con lo stesso cappello degli altri cardinali, ma timbrato dal gonfalone papale, durante munere, ossia durante la sede vacante apostolica. Il gonfalone papale o stendardo papale, chiamato anche basilica, è a forma di ombrellone a gheroni rossi e gialli con i pendenti tagliati a vajo e di colori contrastati, sostenuto da un’asta a forma di lancia coll’arresto ed è attraversata dalle chiavi pontificie una d’oro e l’altra d’argento, decussate, addossate, con gli ingegni rivolti verso l’alto, legate da nastro di rosso. Gli stessi colori di verde o di rosso vanno usati, altresì, nell’inchiostro dei sigilli e negli stemmi riportati negli atti, quest’ultimi con i previsti segni convenzionali indicanti gli smalti. L’Antico ed il Nuovo Testamento, la Patristica, i “legendaria” dei Santi, la Liturgia hanno offerto, nei secoli, alla Chiesa i temi più svariati per i suoi simboli, destinati a divenire figure araldiche. Quasi sempre tali simboli alludono a compiti pastorali o di apostolato degli istituti ecclesiastici, sia secolari che regolari, oppure tendono ad indicare la missione del clero, richiamano antiche tradizioni di culto, memorie di santi patroni, pie devozioni locali.

GLI SMALTI

Una delle norme fondamentali che regola l’araldica asserisce che chi ha meno ha più, con riguardo alla composizione degli smalti, figure e positure dello scudo. E l’arme che ora andremo ad esaminare è composta dai metalli oro ed argento edai colori di rosso e d’azzurro. Cercare il proprio stemma, quindi, quello vero, da poter innalzare come vessillo, con il quale segnare le proprie carte, comprenderne compiutamente i simboli, non è, in qualche modo, cercare se stessi, la propria immagine, la propria dignità? Ecco come un atto, che potrebbe essere letto solo formalmente, può acquisire invece un significato simbolico e fortemente pregnante. D’oro e d’argento, di rosso, d’azzurro, quindi, sono gli smalti che figurano nello stemma del vescovo mons. Giampaolo Dianin, ma quali simboli racchiudono e sprigionano tali smalti, quali messaggi ne derivano per l’uomo, spesso frastornato, giunto, oramai, al XXI secolo? I “metalli”, di oro e d’argento, araldicamente rappresentano e ricordano le antiche armature dei cavalieri che, secondo il rispettivo grado di nobiltà, erano appunto dorate o argentate; l’oro, inoltre, è simbolo della regalità divina mentre l’argento allude a Maria. Addentrandoci più specificatamente nel simbolismo araldico degli “smalti”, ricordiamo che fra i “metalli”, l’oro rappresenta la Fede fra le virtù, il sole fra i pianeti, il leone nei segni zodiacali, luglio fra i mesi, la domenica fra i giorni della settimana, il topazio fra le pietre preziose, l’adolescenza sino ai vent’anni fra le età dell’uomo, il girasole fra i fiori, il sette fra i numeri e se stesso fra i metalli; l’argento rappresenta la Speranza fra le virtù, la luna fra i pianeti, il cancro nei segni zodiacali, giugno fra i mesi, il lunedì fra i giorni della settimana, la perla fra le pietre preziose, l’acqua fra gli elementi, l’infanzia sino a sette anni fra le età dell’uomo, il flemmatico fra i temperamenti, il giglio fra i fiori, il due fra i numeri e se stesso fra i metalli. Fra i “colori”, invece, il di rosso, considerato da molti araldisti, il primo fra i colori dell’arme, perché rappresentava il sangue vivo versato dai crociati, simboleggia la Carità fra le virtù teologali, Marte fra i pianeti, l’Ariete e lo Scorpione nei segni zodiacali, marzo e ottobre fra i mesi, il mercoledì fra i giorni della settimana, il rubino fra le pietre preziose, il fuoco fra gli elementi, l’autunno fra le stagioni, la virilità sino a cinquant’anni fra le età dell’uomo, il sanguigno fra i temperamenti, il garofano fra i fiori, il tre fra i numeri e il rame fra i metalli. Il rosso: “rappresenta il fuoco fra gli elementi, il rubino fra le pietre preziose; e simboleggia amore di Dio e del prossimo, verecondia, spargimento di sangue in guerra, desiderio di vendetta, audacia, valore, fortezza, magnanimità, generosità, grandezza, nobiltà cospicua, e dominio. È anche un ricordo dell’Oriente e delle spedizioni d’oltremare, come pure dimostra giustizia, crudeltà e collera. Ignescunt irae, disse Virgilio. Finalmente, siccome dagli antichi era consacrato a Marte, significa slanci d’animo intrepido, grandioso e forte. Gli Spagnuoli chiamano il campo rosso sangriento, ossia sanguinoso, perché richiama alla memoria le battaglie sostenute contro i Mori. Un nome analogo lo troviamo in Germania nel blütige Fahne, vexillum, cruentum, campo tutto rosso senza alcuna figura, che indica i diritti di regalìa, e si trova nell’armi di Prussia, d’Anhalt, ecc. Il rosso è coll’azzurro uno dei due colori più usati nel blasone; ma più frequentemente si trova nelle armi di famiglie borgognone, normanne, guascone, brettone, spagnuole, inglesi, italiane e polacche… Nelle bandiere il rosso rappresenta ardire e valore, e pare sia stato adottato in principio dagli adoratori del fuoco”[8]. L’azzurro, smalto tipicamente mariano, ricorda, invece, il mare attraversato dai crociati per portarsi in Terra Santa. Rappresenta la Giustizia fra le virtù, giove fra i pianeti, il toro e la bilancia nei segni zodiacali, aprile e settembre fra i mesi, il martedì fra i giorni della settimana, lo zaffiro fra le pietre preziose, l’aria fra gli elementi, l’estate fra le stagioni, la fanciullezza sino ai quindici anni fra le età dell’uomo, il collerico fra i temperamenti, la rosa fra i fiori, il sei fra i numeri e lo stagno fra i metalli. Ci preme evidenziare che fu necessario, altresì, creare dei segni convenzionali per comprendere ed individuare gli “smalti” dello scudo, quando lo stemma risulta riprodotto nei sigilli e nelle stampe in bianco e nero. Così gli araldisti, nel tempo, usarono vari sistemi; ad esempio, scrissero nei vari campi occupati dagli smalti, l’iniziale della prima lettera corrispondente al colore dello smalto, oppure individuarono i colori con l’iscrivere le prime sette lettere dell’alfabeto o, ancora riprodussero, sempre nei campi dello smalto, i primi sette numeri cardinali. Nel XVII secolo, l’araldista francese Vulson de la Colombière propose, invece, dei particolari segni convenzionali per riconoscere il colore degli smalti negli scudi riprodotti in bianco e nero. L’araldista padre Silvestro di Pietrasanta della Compagnia di Gesù, per primo, ne fece uso nella sua opera Tesserae gentilitiae ex legibus fecialium descriptae, diffondendone, così, la conoscenza e l’uso. Tale sistema di classificazione, tuttora usato, identifica il rosso con fitte linee perpendicolari, l’azzurro con orizzontali, il verde con diagonali da sinistra a destra, il porpora con diagonali da destra a sinistra, il nero con orizzontali e verticali incrociate, mentre l’oro si rende punteggiato e l’argento senza tratteggio. Per rappresentare il colore “al naturale” alcuni araldisti prevedono altri segni convenzionali, ma intendiamo sposare la tesi dell’araldista Goffredo di Crollalanza dove, per il colore “al naturale”, dopo aver ricordato che si può porre sopra metallo e sopra colore indifferentemente, senza ledere la legge della sovrapposizione degli smalti, chiarisce che si esprime nei disegni lasciando in bianco il pezzo e ombreggiando la figura nei luoghi acconci[9]. Dello stesso avviso è stato anche l’insigne araldista arcivescovo mons. Bruno Bernard Heim, che negli stemmi pontificali dei Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I da Lui ideati, in quelli riprodotti in bianco e nero, nel capo patriarcale di Venezia raffigura il leone marciano senza alcun segno convenzionale, alla presenza di un capo tra i più famosi e belli.

LE FIGURE

La stella ricorda, in araldica, la mente rivolta a Dio, la finezza d’animo e azioni sublimi. Maria – Madre di Dio e Madre nostra – è la “Stella del mattino”, la guida e l‘aiuto dei cristiani e dei naviganti. Nell’araldica ecclesiastica la stellamaggiormente usata è quella ad otto punte che simboleggia il Salvatore, pur riscontrandosi anche scudi prelatizi con stelle a sei raggi. Ricordiamo, anche, che lastella ad otto punte o ottagona rappresenta le otto beatitudini evangeliche. “Inoltre il  numero otto, secondo la mentalità dei Padri della Chiesa, rappresenta sia la cifra del mondo risorto sia della vita eterna; infine la stella d’oro, è simbolo di Maria. Il numero dei raggi, poi, non è casuale, essendo l’otto un numero che richiama ancora la resurrezione, “l’octava dies”, l’ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l’era del Cristo, richiamando, anche, le Beatitudini evangeliche, che nella Vergine Maria splendono pienamente ed esemplarmente, in quanto ella è beata per aver creduto nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto. Infatti, con l’invocazione “Ave, maris stella” (Ti saluto, stella del mare), l’inno della Chiesa esalta la Madre di Dio, che sta al fianco dell’uomo, indicandogli la via. Dato che nella sua esistenza storica essa precede il sole Cristo, come l’aurora precede la luce del sole, così Maria diviene la stella del mattino, “stella mattutina”, delle litanie lauretane”[10]. La barca, araldicamente simboleggia l’animo forte che resiste ai pericoli ed alle avversità della vita. Simboleggia, altresì, la barca di Pietro, la Chiesa immersa nel mare e chiamata a pescare uomini, la Chiesa chiamata a prendere il largo, la Chiesa immersa anche in varie tempeste… Un giorno Gesù, mentre si trovava presso il lago di Genesaret, salì su una barca attraccata vicino alla riva, «che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca» (Lc 5,3). Da questa barca, come dall’altra, guidata da Pietro nella tempesta (Mt 8,23-27; 14,24-34), è derivata la concezione della navata della chiesa, alla quale hanno contribuito anche le parole di Gesù sui «pescatori di uomini» (Mt 4,19; Mc 1,17). A Paolo era consueto il paragone della vita come un viaggio per nave; chi ripudia la fede e la buona coscienza farà naufragio, non raggiungerà cioè il vero scopo della vita (1Tm 1,19). Anche la speranza viene adombrata con un simbolo nautico, come «un’ancora della nostra vita, sicura e salda» (Eb 6,19). Con immagini che ritornano di continuo, i Padri della Chiesa descrivono la nave della Chiesa, su cui il credente viaggia sicuro attraverso il mare del mondo. Si incontra anche l’interpretazione secondo cui la nave nel suo insieme è un simbolo di Cristo crocifisso. Come nella costruzione della nave sono stati impiegati tre diversi tipi di legno, così vari esegeti parlano del «triplice legno» della croce. Senza la nave (di legno, tenuta insieme dai chiodi) non si può navigare il mare, e senza che Cristo sia inchiodato alla croce di legno non si può vincere il male di questo mondo. In epoca protocristiana, una colomba col ramo d’ulivo associata alla nave simboleggia l’anima che ha trovato la pace (… Il mosaico di Giotto con la «navicella» nell’atrio di san Pietro a Roma rappresenta la nave della Chiesa sul mare in tempesta)”[11]. La vela, in araldica, simboleggia la fiducia[12]. E il vento dello Spirito spinge la barca anche tra le onde difficili di questo nostro tempo. La fiamma (Bandiera), chiamata anche pendente, è l’insegna di comando delle navi. Viene alzata all’estremità dell’albero maestro o dell’unico albero di cui é provvista. Il mare, nell’araldica, se figura calmo, simboleggia la clemenza e la generosità, se agitato, lo sdegno e l’animo inquieto. Nello stemma di monsignor Dianin, simboleggia, in particolare, il territorio della Sua diocesi di Chioggia, che si estende dalle penisole e isole  della Laguna Veneta, a Sud, costeggiando anche il litorale adriatico, fino al delta fiume Po. Le tre fasce ondate in divisa simboleggiano i tre fiumi  Brenta-Bacchiglione, Adige e Po che attraversano la diocesi. Gli anelli nuziali evidenziano il lungo servizio offerto  da monsignor Giampaolo Dianin, a favore degli sposi e delle famiglie, come presbitero e come docente di pastorale famigliare. Ricordano, altresì, che  ora tocca a monsignor Dianin, unirsi a una sposa, la sua nuova Chiesa locale. Il cuore umano, che in araldica simboleggia l’amore, la carità e la liberalità[13], ricorda il Seminario diocesano di Padova, fondato  da san Gregorio Barbarigo che lo definiva “cor cordis” (cuore del cuore) del Vescovo, dove mons. Giampaolo Dianin ha sempre servito in tale Istituzione, anche come rettore, sino alla nomina a vescovo di Chioggia. Le spighe di grano, in araldica simboleggiano la frugalità e l’abbondanza[14]. Indicano anche l’Eucaristia, memoriale del dono di Gesù (questo è il mio corpo per voi), anticipo della Risurrezione, senza dimenticare il richiamo alla messe e agli operai (seminaristi) che hanno visto monsignor Dianin, impegnato nella cura delle vocazioni. Il Motto “SICUT ET CHRISTUS DILEXIT ECCLESIAM ” (Come anche Cristo ha amato la Chiesa), dalla Lettera di S. Paolo agli Efesini (Ef, 5,25b) richiama l’amore di Cristo per la Chiesa, modello dell’amore degli sposi, ma anche del pastore per la sua Chiesa. Come l’uomo, così il simbolo è anche ciò che è stato per essere autenticamente ciò che sarà. Necessita quindi fare memoria e speranza di questa sorgente ricchissima e inesausta, a cui è possibile attingere ancora per il nostro oggi.

Blasonatura ed esegesi a cura dell’araldista Giorgio Aldrighetti di Chioggia (Venezia), socio ordinario dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano. Miniature a cura dell’araldista Enzo Parrino di Monterotondo (Roma).


[1]  Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1999, p. 335.
[2] P. F. degli Uberti, Gli Stemmi Araldici dei Papi degli Anni Santi, Ed. Piemme, s. d.
[3]  A. Cordero Lanza di Montezemolo -A. Pompili, Manuale di Araldica Ecclesiastica, cit., p. 18.
[4] B. B. Heim, L’Araldica nella Chiesa Cattolica,  origini, usi, legislazione, Città del Vaticano, 2000, p. 26.
[5]  P. F. degli Uberti, Gli Stemmi Araldici dei Papi degli Anni Santi, cit.
[6] da L’Osservatore Romano, 31 marzo 1969.
[7] L’araldista Sua Ecc.za Rev. ma mons. Bruno Bernard Heim per lo stemma patriarcale così recita: “I patriarchi ornano il loro scudo con un cappello di color verde dal quale scendono due cordoni pure verdi che terminano in quindici fiocchi verdi per ciascun lato”. (B. B. Heim, L’Araldica della Chiesa Cattolica, origini, usi, legislazione, cit., p. 106).
[8] G. Crollalanza (di), Enciclopedia araldico-cavalleresca, Pisa 1886, pp. 516-517, voce Rosso.
[9] Ibidem, p. 28, voce Al naturale.
[10]  M. Lurker, Dizionario delle Immagini e  dei Simboli Biblici, Cinisello Balsamo (Milano) 1990., pp. 203-204, voce Stella del mattino.
[11] Ibidem, pp. 130-131, voce Nave.
[12] L. Caratti di Valfrei, Dizionario di Araldica, cit., p. 213. voce Vela.
[13] Ibidem, p. 77. voce Cuore.
[14] Ibidem, cit., p. 192, voce Spighe.


Scheda di approfondimento
L’araldica ecclesiastica

L’araldica ecclesiastica è una specifica branca dell’araldica che si occupa degli stemmi appartenenti a persone o istituzioni del mondo ecclesiale, stemmi caratterizzati da ornamentazioni esterne sostanzialmente costanti e che esprimono un preciso codice giuridico, in grado di rendere immediatamente identificabile grado e funzione del titolare.

Limitatamente all’araldica della Chiesa Cattolica, gli elementi essenziali di tale codice sono:

La tiara o triregno è l’ornamento araldico ad uso esclusivo del Papa, che sormonta il relativo stemma, ed è costituita da un copricapo a forma di cupola che sorregge tre corone sovrapposte. Benedetto XVI e Francesco hanno sostituito la tiara con una mitra caricata di tre fasce d’oro che richiamano le originarie tre corone.

Il galero, ovvero il cappello ecclesiastico è un cappello da pellegrino con la tesa molto lunga e due cordoni laterali che terminano con una serie di fiocchi o più propriamente nappe. Posto sulla sommità ornamento dello scudo il galero consente l’immediato riconoscimento del grado del titolare dello stemma grazie al colore e al numero delle nappe o fiocchi.

Il colore del galero (di norma il medesimo delle nappe) indica:
> rosso per i cardinali;
> verde per gli arcivescovi, i vescovi e i patriarchi;
> paonazzo per i monsignori;
> nero per i presbiteri.

Il numero di nappe per lato indica:
> 15 nappe rosse per i cardinali;
> 15 nappe verdi per patriarchi e primati;
> 10 nappe verdi arcivescovi;
> 6 nappe verdi vescovi e abati mitrati;
> 6 nappe paonazze cappellano di Sua Santità;
> 6 nappe nere vicario generale, vicario episcopale, abate;
> 3 nappe parroco;
> 1 nappa presbitero.

Le Chiavi sono raffigurate incrociate, una d’oro a destra e un’altra d’argento a sinistra, con le impugnature rivolte verso il basso. Si pongono dietro o sopra lo scudo papale.

La croce posta in palo dietro lo scudo, può essere:
> semplice cioè ad una traversa per i vescovi
> doppia cioè a due traverse per i cardinali, i patriarchi e gli arcivescovi.

Stemma papale base
Impostazione classica di un stemma papale
Stemma cardinalizio base
Impostazione classica di uno stemma cardinalizio di un arcivescovo
Stemma arcivescovile base
Impostazione classica di uno stemma arcivescovile

Stemma vescovile base
Impostazione classica di uno stemma vescovile

Stemma di vicario base
Impostazione classica di uno stemma di un vicario episcopale

Stemma di parroco base
Impostazione classica di uno stemma di un parroco

Stemma di sacerdote base
Impostazione classica di uno stemma di un sacerdote


Accanto a questi elementi principali ve ne sono altri di uso più limitato, come pure vi sono ulteriori configurazioni specificatamente riservate a cariche meno note, e non mancano un certo numero di eccezioni e deroghe concesse a titolari di cariche legate ad istituzioni specifiche.

I disegni di questa scheda sono stati realizzati da Teresa Morettoni e Davide Bolis (per il solo stemma vescovile).
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Dianin
Stemma di monsignor Giampaolo Dianin: “D’azzurro, cappato di rosso. Nel I a tre fasce ondate in divisa , d’argento, con sul tutto una barca all’antica, al naturale, munita di un solo albero unito a quattro sartie, due e due in sbarra ed in banda e ornato, sotto il pomello, dalla fiamma di rosso, desinente in due code, sventolante a sinistra, con la vela quadra d’argento, caricata da un cuore di rosso, il tutto sormontato da una stella (8) raggi. Nel II a due anelli nuziali intrecciati, d’oro. Nel III a tre spighe dell’ultimo, poste a ventaglio. Lo scudo, accollato ad una croce astile d’oro, è timbrato da un cappello di verde, con cordoni e nappe dello stesso, in numero di dodici, disposte sei per parte, in tre ordini di 1, 2, 3. Sotto lo scudo, nella lista d’argento, il motto in lettere maiuscole di nero: “SICUT ET CHRISTUS DILEXIT ECCLESIAM ” “. (Blasonatura ufficiale)
22 Novembre 2021
Giovanni Moneta

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