Gli stemmi dei nuovi vescovi ausiliari di Roma

Il 25 febbraio 2026 Papa Leone XIV ha nominato quattro nuovi Vescovi Ausiliari della Diocesi di Roma, come reso noto dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede e annunciato la stessa mattina dal Cardinale Vicario Baldo Reina nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. Si tratta di Stefano Sparapani, Alessandro Zenobbi, Andrea Carlevale e Marco Valenti, tutti sacerdoti del clero romano.

Ai quattro presuli sono state assegnate rispettivamente le sedi titolari di Bisenzio, Biccari, Atella e Arpi. L’ordinazione episcopale è stata celebrata da Papa Leone XIV il 2 maggio 2026 nella Basilica di San Giovanni in Laterano. In tale occasione è stata resa nota anche l’assegnazione definitiva dei cinque settori pastorali della diocesi, comprensivi del settore Centro ripristinato dal Pontefice: a Valenti è andato il settore Nord, a Carlevale il settore Sud, a Zenobbi il settore Est e a Sparapani il settore Ovest, mentre il settore Centro resta affidato al vicegerente, vescovo Renato Tarantelli Baccari.

Stefano Sparapani
Nato a Roma il 24 luglio 1956, ha conseguito il diploma di geometra e ha frequentato l’Opera Regina Apostolorum. Iscrittosi alla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, è successivamente entrato nell’Almo Collegio Capranica, specializzandosi in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana. Ordinato sacerdote per la Diocesi di Roma il 4 ottobre 1991, è stato vicario parrocchiale (1991-1995) e parroco (1995-2010) a Corviale, quindi parroco di San Basilio dal 2010; dal 2015 è padre spirituale all’Almo Collegio Capranica e dal 2025 era Vicario Episcopale per il Settore Nord dell’Urbe. Gli è stata assegnata la sede titolare di Bisenzio.

Alessandro Zenobbi
Nato a Roma il 10 novembre 1969, ha frequentato il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Ordinato sacerdote per la Diocesi di Roma il 28 aprile 1996, è stato vicario parrocchiale (1996-2008) e parroco (2008-2017) di San Policarpo, quindi parroco di Santa Lucia dal 2017; dal 2025 era Vicario Episcopale per il Settore Ovest dell’Urbe. Gli è stata assegnata la sede titolare di Biccari.

Andrea Carlevale
Nato a Roma l’8 aprile 1971, ha frequentato il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Ordinato sacerdote per la Diocesi di Roma il 3 maggio 1998, è stato vicario parrocchiale a Santa Galla alla Garbatella (1998-2003) e a Sant’Ireneo a Centocelle (2003-2009), quindi assistente del Pontificio Seminario Romano Maggiore (2009-2015) e parroco di Santa Maria di Loreto a Castelverde-Lunghezza (2015-2025), periodo nel quale è stato anche eletto Prefetto dai sacerdoti della propria Prefettura. Dal 2025 è parroco di San Giovanni Battista de Rossi, in zona Appio-Latino. Gli è stata assegnata la sede titolare di Atella.

Marco Valenti
Nato il 28 febbraio 1961 a Cantalupo in Sabina, provincia di Rieti e Diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, ha frequentato il Pontificio Seminario Romano Minore e successivamente il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Ha conseguito il Baccalaureato in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense e quello in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, oltre alla Licenza in Teologia e alla Laurea in Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma. Ordinato sacerdote per la Diocesi di Roma il 26 aprile 1986, è stato vicario parrocchiale di Santa Maria Goretti (1986-1989), di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1990-1994) e della Gran Madre di Dio (1994-1996), quindi parroco di San Giuseppe Artigiano (1996-2010) e di San Saturnino (2010-2024). Dal 2024 è parroco della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Gli è stata assegnata la sede titolare di Arpi.

I QUATTRO STEMMI

I quattro nuovi presuli si sono affidati a don Antonio Pompili per ideare e rappresentare gli stemmi che li accompagneranno nel loro ministero, e che in certa misura ne illustrano il programma pastorale, come meglio illustrato nella loro esegesi curata dallo stesso Pompili:

Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Alessandro Zenobbi, Vescovo titolare di Biccari, Ausiliare di Roma per il Settore Est.

stemma
Stemma di monsignor Alessandro Zenobbi, disegnato da don Antonio Pompili: “Semipartito-troncato: nel 1° d’oro, a due rami di palma decussati in punta e abbraccianti un fiore di mandorlo, il tutto al naturale; nel 2° d’azzurro, alla stella di otto punte d’oro; nel 3° d’argento, al pellicano con la sua pietà al naturale” (Blasonatura ufficiale)

Nel primo quarto dello stemma campeggiano figure che richiamano la storia del cammino vocazionale e del ministero sacerdotale vissuto da Mons. Zenobbi fino alla sua chiamata all’episcopato. Egli è infatti originario della Parrocchia della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, nella frazione di Roma Capitale nota con il nome di Giardinetti, situata in zona Torrenova. Il nome deriva da raffinati giardini seicenteschi che facevano parte della tenuta del castello di Torrenova. Tra questi giardini spiccava la presenza dei fiori di mandorlo. Del mandorlo si parla in un testo di Geremia: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla»” (Ger 1,11-12). Interessante è notare che in ebraico il mandorlo era chiamato shaqed, cioè “colui che vigila”, per cui in antiche traduzioni della Bibbia si trova “albero che vigila”, anziché mandorlo. L’etimologia non desta meraviglia se si pensa che il mandorlo è il primo di tutti gli alberi a fiorire. A questo duplice significato viene fatto riferimento quando Geremia vede un ramo di mandorlo e Dio conferma la visione: Dio stesso è l’albero che vigila, cioè il mandorlo. Così, oltre al riferimento alle origini del titolare, il mandorlo è raffigurato nel nostro stemma anche come simbolo allusivo alla Resurrezione, dal momento che è il primo fiore primaverile che appare sugli alberi ad annunciare la nuova stagione e il risveglio della vita che essa porta con sé.

Il fiore di mandorlo si trova tra due rami di palma decussati all’altezza del gambo. Nell’iconografia cristiana la palma è un diffuso simbolo del martirio. Infatti la palma, simbolo vittoria di Cristo sulla morte, si trova, con questa valenza simbolica, incisa già sulle tombe dei primi martiri cristiani nelle catacombe. La palma (in ebr. tamar), in particolare quella da dattero, è uno degli alberi più presenti nella terra della Bibbia, soprattutto in Giudea. Il suo frutto, dolce come il miele, nutre i nomadi e gli abitanti nel deserto. Famosa per le lunghe radici con le quali assorbe l’acqua nascosta nella profondità della terra, la palma cresce rigogliosa nel deserto e nelle zone aride, rimanendo sempre verde. Per questo la palma verdeggiante diventa simbolo del giusto che radicato nella Parola si innalza in alto, verso Dio: «Il giusto fiorirà come palma … e nella vecchiaia daranno ancora frutti» (Sal 92,13-15).  Anzi, diventa simbolo stesso dell’amministrazione della giustizia. La palma, che cresce anche sulle alture, come testimonia “la palma di Debora” situata nelle montagne di Efraim (Gdc 4,5) e intorno a Gerusalemme, è il luogo dove la profetessa Debora amministra la giustizia e consiglia i capi del popolo (Gdc 4,4). Ancora, la palma assume un importante valore in riferimento alla preghiera e al culto. Il re Salomone nel costruire il Tempio vi fa scolpire le palme: «Ricoprì le pareti del Tempio con sculture e incisioni di cherubini, di palme e di boccioli di fiori, all’interno e all’esterno…» (1Re 6,29-35). Da parte sua il profeta Ezechiele descrive il santuario celeste adornato da cherubini e palme (Ez 41,18-20). E possiamo ricordare come per la festa delle capanne o tabernacoli si usassero rami verdi di palma insieme al cedro, mirto e salice (Lv 23,40; Ne 8,15) e i rami di palme venivano agitati in segno di gioia e di trionfo (Lv 23,40; 1Mac13,51; 2Mac 7,1). Il vangelo di Giovanni, a differenza dei sinottici che descrivono l’ingresso di Gesù a Gerusalemme acclamato con rami di ulivo, narra che la gente lo seguiva con in mano rami di palma: «Presero rami di palme e uscirono incontro a lui acclamando: “Osanna!/ Benedetto colui che viene nel nome del Signore…”» (Gv 12,13). Così la palma in questo testo arriva a indicare la vittoria di Gesù sulla morte e la sua risurrezione. Un’idea che risuona in un’altra opera di ambito giovanneo, nell’Apocalisse, per la quale i martiri, a causa della loro fede, sono i risorti che «stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani» (Ap 7,9). Nel nostro stemma il riferimento al martirio è collegato alle due parrocchie nelle quali don Alessandro ha esercitato per anni il suo ministero sacerdotale, prima San Policarpo, dapprincipio come vicario parrocchiale poi come parroco, e in seguito Santa Lucia. A Santa Lucia che affronta il momento della suprema testimonianza si attribuisce tradizionalmente la frase: «Christum videre desidero» (Desidero vedere Cristo). E anche San Policarpo, nella preghiera finale sul rogo, si rivolse a Dio dichiarando a proposito del suo martirio: «…così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me l’hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto». I due martiri hanno vissuto, mediante la fede (simboleggiata nella campitura dall’oro: cfr 1Pt 1,6-7), la loro vita e anche il momento della loro morte come una visione anticipata, totalmente attratti verso Cristo. Per questo nello stemma i due rami sono orientati verso il fiore di mandorlo che rappresenta Cristo stesso e Lui risorto.

Nella seconda campitura si ritrova su sfondo d’azzurro, classico colore mariano, una stella di otto punte d’oro. La stella simboleggia Maria, alla quale il titolare dello stemma rivolge tutta la sua devozione, venerandola in particolare con il titolo di Madonna della Fiducia, titolo con cui la Vergine è celebrata Patrona del Pontificio Seminario Romano Maggiore, ove egli si è formato al sacerdozio. Maria, come Madre della Fiducia, è punto di riferimento sicuro nel cammino del Vescovo come di ogni credente in Cristo. Il numero di 8 punte dell’astro non è casuale, richiamando ancora una volta la Resurrezione di Cristo, in riferimento alla domenica, l’“ottavo giorno”: L’octava dies non indica semplicemente “otto giorni dopo”, ma soprattutto il giorno nuovo inaugurato dalla Resurrezione di Cristo. Dopo i sette giorni della creazione, l’ottavo è il giorno che va oltre il tempo ordinario: è la nuova creazione, la vita eterna, il mondo trasfigurato. Se l’ottavo giorno è la nuova creazione inaugurata dalla Resurrezione di Cristo, il tempo oltre la morte, il “giorno senza tramonto”, Maria è la creatura in cui la nuova creazione appare già perfettamente riuscita. Si potrebbe dire che Maria è il volto umano dell’ottavo giorno, dal momento che in lei la resurrezione promessa da Cristo a chi crede in Lui è già pienamente compiuta. Maria è come la forma personale dell’attesa dell’ottavo giorno: la Chiesa, che vive spesso immersa nelle tenebre del mondo nel quale è chiamata a portare la luce di Cristo, guardando a Maria, per mezzo del suo esempio e con la sua intercessione, continua a fissare lo sguardo sulla speranza che brilla in nel suo Signore.

Nel campo principale troviamo la figura del pellicano con la sua pietà, ovvero il pellicano nell’atto di squarciarsi il petto per nutrire con il sangue da lui versato i suoi piccoli raccolti nel nido e sotto le sue ali. Fin dal Medioevo questa immagine si è imposta con un ricco significato cristologico. Il “nostro pellicano”, come lo chiama Dante è simbolo eloquente di Cristo che sacrifica se stesso per la salvezza degli uomini: «Questi è colui (l’apostolo Giovanni) che giacque sopra ‘l petto / del nostro pellicano» (Paradiso XXV, 112-113). L’origine di questa simbologia viene dalla suggestiva credenza popolare- assai diffusa, ma d’ignora origine e provenienza – che vedeva nel pellicano uno sconfinato amore per i suoi piccoli, al punto che se questi muoiono, si trafigge il petto col becco e il sangue che ne sgorga ricadendo su di essi, li riconduce alla vita. L’applicazione al Salvatore è immediata: per amore degli uomini, morti a causa del peccato, Egli ha volontariamente versato il suo sangue, fonte di vita eterna. Si ritiene comunemente che la “favola antica”, di cui non si trovano attestazioni nelle tradizioni classiche (neppure nella copiosa letteratura dei mirabilia animali), non derivi che da un fraintendimento dovuto all’osservazione diretta del modo in cui il pellicano nutre i suoi piccoli, puntando il becco sul petto per poter espellere più comodamente i pesci dalla flessibile borsa posta sotto la gola, per cui spesso le sue piume bianche appaiono arrossate di sangue. Della leggenda abbiamo comunque diverse versioni. Possiamo ipotizzare per questo l’esistenza di un nucleo primitivo, sorto forse all’esterno della tradizione cristiana, che subì modifiche e variazioni successive per adattarsi alle diverse esigenze dell’interpretazione cristologica. Agostino riferisce in proposito: Dicono che questi uccelli uccidono i loro piccoli a colpi di becco e, dopo averli uccisi nel nido, li piangono per tre giorni; dicono infine che la madre stessa si ferisce gravemente e versa il suo sangue sui figli: quando essi ne sono bagnati, tornano a vivere. Può darsi che questo sia vero, può darsi sia falso; tuttavia se è vero, vedete come ciò si adatta a Colui che con il suo sangue ci ha dato la vita (Enarr. in Ps. CI). Quanto alla fonte di Agostino si potrebbe pensare al Fisiologo, ma non ci sono prove al riguardo. Forse è meglio ipotizzare l’esistenza di una fonte comune dalla quale dipenderebbero sia il testo agostiniano che il bestiario in lingua greca composto ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III secolo. Si può però soffermare l’attenzione sullo scetticismo agostiniano circa la totale affidabilità del racconto. Questo scetticismo è certamente comprensibile se consideriamo che nel racconto di cui lui dispone i pellicani sono di fatto gli uccisori dei loro figli, per cui le loro lacrime sono piuttosto lacrime di amaro pentimento, e il sacrificio della madre è più un gesto riparatore che non frutto di autentica philoteknia. Eusebio di Cesarea nel suo Commento ai Salmi (ma la paternità dell’opera è incerta), continuerà il processo di assoluzione del pellicano, imputando la responsabilità dell’uccisione dei pulcini al nemico per eccellenza, il serpente, che colpisce con il suo micidiale veleno il nido incustodito; ma al suo ritorno il genitore ridona la vita ai suoi piccoli mediante l’effusione del sangue e attraverso la “nube” dello Spirito Santo. In questi testi, come in quasi tutti quelli che seguiranno nel Medioevo, non viene mai riferito che il pellicano nutra i suoi piccoli del suo sangue. Lo sviluppo eucaristico della simbologia del pellicano è successivo e secondario, anche se potremmo dire quasi inevitabile. Agostino sfiorò soltanto il significato eucaristico. Anche nel noto inno eucaristico attribuito a San Tommaso d’Aquino viene attribuita al pellicano solo l’idea del riscatto dell’anima umana per mezzo del lavacro del sangue divino, senza che sia indicata la vivificazione per mezzo del nutrimento eucaristico: «Pie pellicane, Iesu Domine / Me immundum munda tuo sanguine. / Cuius una stilla salvum facere / Totum mundum quit ab omni scelere». È tuttavia innegabile che il fatto stesso che il pellicano sia stato evocato all’interno di un eccellente inno eucaristico, ha molto contribuito a dare a questa figura, all’interno della simbolica cristiana, quel carattere eucaristico che da allora ha prevalso su tutti gli altri. E accanto alla eccellente testimonianza letteraria, ricchissimo è il linguaggio dell’arte: su mosaici e vetrate, su paramenti e su calici, sugli altari e sui tabernacoli delle nostre chiese, troviamo sovente effigiato il pellicano, il quale nutre col suo sangue i piccoli che con i loro beccucci sono protesi verso il suo petto squarciato. Nel nostro stemma il pellicano con la sua pietà richiama la centralità dell’Eucaristia nella vita dei cristiani e di tutta la Chiesa. Il Vescovo sa che nel dono che Cristo continua a fare di sé nel sacrificio eucaristico c’è la fonte perenne e inesauribile della sua vita al servizio del popolo di Dio e della sua missione di annunciatore del Vangelo.

Il motto, “In Deo confidens”, che trova la sua ispirazione in tanti Salmi di fiducia (9,11; 20,8; 56,12) e nella tradizione sapienziale e profetica (Prv 3,5; Ger 17,7), si pone come sintesi verbale di quanto rappresentato graficamente nello stemma. Nell’amore di Cristo che sacrifica se stesso, immacolata vittima sull’altare della Croce, continuando a donarsi nel sacrificio incruento dell’altare, è il fondamento della fiducia del Vescovo come di ogni cristiano. E Maria, madre della Fiducia è segno sicuro per chi confida nel Signore, come è stato per i Martiri che hanno donato la loro vita affidandosi a Dio fino alla fine. Non si tratta solo di credere in Dio e fidarsi di Lui, ma affidarsi a Lui, con un abbandono sereno e una libertà interiore che hanno origine e fondamento in Cristo: «Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,4-6).

Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Andrea Carlevale, Vescovo titolare di Atella, Ausiliare di Roma per il Settore Sud.

stemma
Stemma di monsignor Carlevale Andrea disegnato da don Antonio Pompili: “D’oro, alla cesta di 7 pani al naturale, accompagnata in capo da due cuori di rosso affiancati, e sostenuta da un terzo cuore dello stesso caricato dal trigramma JHS di nero; calzato ricurvo d’azzurro, a destra un monogramma mariano d’oro caricato dello stesso, a sinistra un giglio di giardino fogliato di due pezzi d’argento” (Blasonatura ufficiale)

Il messaggio veicolato dallo stemma di Mons. Andrea Carlevale è fortemente centrato sul tema dell’Incarnazione quale manifestazione visibile dell’amore trinitario per la santificazione delle relazioni umane. La stessa partizione dello scudo nei suoi due diversi smalti si muove già in questa linea. Il campo principale infatti è d’oro, il metallo che nella Scrittura richiama, tra altri suoi valori simbolici, la gloria di Dio. Nell’Antico Testamento, il Tabernacolo nel quale la gloria di Dio abita stabilmente, l’oro riveste gli arredi più direttamente a contatto con la sua presenza: l’arca dell’alleanza con il proprio coperchio (propiziatorio), il candelabro e la tavola dei pani (Es 25-28). Il Tempio costruito da Salomone viene descritto come quasi interamente ricoperto d’oro (1Re 6-7). Nel Nuovo Testamento è il libro dell’Apocalisse a ricorrere abbondantemente alla simbologia dell’oro per indicare la gloria di Dio che, splendente in Cristo, abita nella sua Chiesa, rappresentata dalla Gerusalemme nuova: la Gerusalemme celeste viene descritta come costruita di oro puro splendente (“simile a terso cristallo”), con la piazza di identico aspetto (Ap 21,18.21). Nel nostro stemma, sulla scia di questa ricca simbologia biblica, l’oro sta ad indicare la gloria del Verbo fatto carne che può essere contemplata da quelli che credono in Lui (cfr Gv 1,14). Per questo lo stemma, nella sua partizione – un caratteristico calzato ricurvo –vuole quasi richiamare mediante l’oro, simbolo della gloria di Dio, l’ingresso di questa nella storia degli uomini, a partire dall’unione della natura divina del Figlio con la natura umana, simboleggiata dall’azzurro.

Il riferimento all’Incarnazione è ancor più richiamato dalla cesta di pani, che fa riferimento all’etimologia del nome della città in cui è nato il Salvatore, Betlemme: Beit Lechem, “casa del pane”. Ciò porta con sé anche un rimando alla Parrocchia romana di origine del titolare dello stemma: la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. La cesta richiama anche il famoso miracolo della cosiddetta “moltiplicazione dei pani” o, meglio, della condivisione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù in favore delle folle che lo seguivano per ascoltare la sua parola (Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,30-44; Mc 8,1-10; Lc 9, 12-17; Gv 6, 1-14): chi accoglie Cristo, Verbo di Dio fatto carne, non può non prendersi cura della carne del suo fratello bisognoso, imparando a condividere, a partire dal dar da mangiare agli affamati (Mt 25.35). Così il pane richiama il Pane vivo disceso dal cielo, Cristo stesso: l’Eucaristia come prolungamento nel tempo e nello spazio dell’Incarnazione di Cristo, sempre vivo e operante nella sua Chiesa, sempre pronto a nutrire il suo popolo in cammino. La cesta con i pani è accompagnata da tre cuori di rosso. La simbologia legata all’amore è evidente. La composizione araldica vuole significare in particolare che l’amore trinitario di Dio è centro di tutta la Rivelazione. Il Padre ama il suo Figlio e gli dona tutto (Gv 5,20), e ama il mondo tanto da mandare suo Figlio non per condannare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui (Gv 3,17). Cristo ama il Padre (Gv 14,31) e nell’obbedienza al disegno salvifico del Padre dona tutto se stesso, dona la vita per i suoi amici, quelli che credono in Lui e osservano i suoi comandamenti (Gv 15,9-14; Ef 5,2). Ed è con il dono dello Spirito Santo che l’amore di Dio viene riversato nel cuore dei credenti (Rm 5,5), quello Spirito che è legato all’amore perché viene promesso e donato (Gv 14,16-17; 15,26; 6,13) nel contesto della relazione d’amore tra Dio, Cristo e i credenti: “se mi amate…” (Gv 14,15). Il cuore posto idealmente a sostegno della cesta è contrassegnato dal trigramma JHS, famosa trascrizione latina dell’abbreviazione del nome greco di Gesù, ΙΗΣΟΥΣ. Come è noto, la lettura di H come h, diede origine all’interpretazione come sigla di Jesus Hominum Salvator. È con la forza invincibile del suo amore che Gesù salva gli uomini. E l’amore del Verbo incarnato continua a essere donato in abbondanza ai credenti nel memoriale della sua Pasqua, l’Eucaristia, sacramento della sua divina carità. L’immagine del cuore, tuttavia non va letta esclusivamente in riferimento al comune e moderno rimando all’amore ma va interpretata alla luce del significato che il cuore riveste nelle Sacre Scrittura. Partendo dalla concezione antropologica semitica, fondata su una visione prevalentemente sintetica dell’uomo, emerge un’idea globale di essere (come nel termine greco hòlos). Nella Bibbia il vocabolo cuore è indicato con l’uso di due termini sinonimi che sono leb e lebab. Essi hanno un significato molto ampio collegato a numerose esperienze psichiche e spirituali scaturenti dall’intimo della persona. Il cuore appare come la sede della vita emotiva, intellettuale, e soprattutto costituisce il centro vitale e decisionale dell’uomo; è in esso che risiede la sua volontà più profonda. Il cuore di Cristo è simbolo dell’uomo nuovo, completo, tutto intero, che non conosce frammentazione interiore perché trova il suo centro unificante nell’amore del Padre, per opera dello Spirito Santo. L’uso di tale simbolo, pertanto, vuole essere un rimando, per il fedele, all’esigenza di cercare la sua unità personale e relazionale a partire dall’amore di Cristo, dal quale traspare continuamente l’ambito vitale delle relazioni trinitarie in cui egli, Verbo preesistente, permane anche dopo la sua Incarnazione storica.

Il campo principale dello scudo è accompagnato dagli altri due settori rispettivamente innalzanti un monogramma mariano coronato e un giglio di giardino (cioè in una rappresentazione vicina alle fattezze naturali del fiore). Il monogramma richiama in maniera diretta la Beata Vergine Maria, Colei che ha accolto nel suo grembo il Verbo di Dio fatto carne, divenendo non solo Madre del Signore ma anche discepola del suo Figlio. La corona, unitamente all’oro che caratterizza le figure, sottolinea come nella fedeltà di Maria, umile ancella del Signore, risplenda la grandezza di Lei, Madre e modello della Chiesa, poiché “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5), “incorona gli umili di vittoria” (Sal 149,4). Nell’altro fianco dello scudo un giglio richiama San Giuseppe, Sposo castissimo della Beata Vergine Maria. L’argento, nel suo candido splendore, vuole richiamare purezza e santità. Giuseppe, uomo giusto (Mt 1,19), incarna l’obbedienza a Dio, la rettitudine e la capacità di agire con carità. L’evento dell’Incarnazione avviene concretamente in una famiglia. Giuseppe è scelto come custode di questo mistero: non è il padre biologico, ma è il padre sul piano umano, legale e affettivo nonché modello di ogni paternità generativa e illuminata. Se Maria rappresenta il “sì” esplicito all’Incarnazione (Lc 1,38), Giuseppe incarna un “sì silenzioso” ma altrettanto decisivo. Maria e Giuseppe rappresentano insieme una dimensione essenziale dell’Incarnazione: Dio si manifesta nel quotidiano, nelle relazioni, nel silenzio, nel lavoro. Maria e Giuseppe offrono con la loro vita spazio all’agire di Dio in Cristo, cosicché l’Incarnazione oltre a essere un mistero divino è una realtà pienamente vissuta nella storia umana.

In questa visione, il cuore caricato del Trigramma posto al centro dello stemma, intende formare un’immagine triadica anche con i simboli riferiti alla Beata Vergine Maria e a San Giuseppe, a significare le relazioni reciproche tra i membri della Sacra Famiglia improntate all’amore agapico e incentrate su Gesù. La Santa Famiglia di Nazareth, come “luogo” terreno nel quale si manifesta sommamente l’amore della Santissima Trinità, diventa esempio e modello di come possono diventare le relazioni umane quando sono imperniate sul Signore. La Santa Famiglia, pertanto, rappresenta tutte le famiglie umane e l’Umana Famiglia chiamate all’amore reciproco.

Il motto riprende e illustra il contenuto dello stemma. L’espressione “Discepolo e servo della Sapienza Incarnata”, è tipica della spiritualità di San Luigi Maria Grignion de Montfort profondamente amata dal Vescovo e prima di lui, centrale nella spiritualità di un santo particolarmente caro a Mons. Carlevale: San Giovanni Paolo II. La frase non si trova così esplicitamente citata, ma emerge dall’atto di consacrazione a Gesù per mezzo di Maria nel suo celebre testo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, riflettendo molto chiaramente il lessico e la teologia tipici di Montfort, che ricorrono anche in altre sue opere come L’amore dell’eterna Sapienza. L’autore usa spesso il linguaggio della “Sapienza incarnata” per riferirsi a Gesù Cristo. In particolare, il Vescovo ha scelto di ispirarsi al Montfort perché parla della devozione totale a Maria come via per diventare autentici discepoli e servi della Sapienza incarnata. In questa prospettiva l’utilizzo del termine servo rimanda anche ai servi citati nel Vangelo delle nozze di Cana (Gv 2,1-11); seguendo le indicazioni della Madre di Dio, che anticipa i tempi della pienezza, i servi, in quanto figura dei veri discepoli, compiono la volontà del Figlio affinché l’amore torni a trionfare nelle relazioni umane e con Dio.

Un programma di vita per il Vescovo che, consacrato completamente a Cristo, Sapienza divina fatta uomo, per mezzo di Maria, cerca di uniformare tutta la sua vita come discepolo al Maestro, e si pone al suo servizio nell’annuncio del Vangelo.

Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Marco Valenti, Vescovo titolare di Arpi, Ausiliare di Roma per il Settore Nord.

stemma
Lo stemma di monsignor Marco Valenti, disegnato da don Antonio Pompili: “D’azzurro, al leone di San Marco con la testa in maestà e tenente con la branca anteriore destra un libro aperto, il tutto d’oro, fondato sulla campagna di verde e attraversante un albero di ulivo verdeggiante” (Blasonatura ufficiale)

Il leone di San Marco richiama in modo diretto il nome di battesimo del titolare dello stemma. Allo stesso tempo simboleggia il ministero romano di Mons. Valenti, dal momento che l’Evangelista di cui egli porta il nome ha scritto il suo Vangelo – il primo in ordine di tempo tra quelli canonici – proprio nel contesto della chiesa romana primitiva, secondo l’interpretazione tradizionale, ponendosi alla scuola della predicazione di San Pietro. Così afferma a suo riguardo Papia, Vescovo di Gerapoli (I-II secolo): “A che questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò”. Come è noto, la figura del leone alato e nimbato in riferimento a San Marco deriva dal tetramorfo di cui si parla nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni, che riprende una visione del profeta Ezechiele: “Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola” (Ap 4,7). Nel complesso della teologia dell’autore biblico con tutta probabilità i quattro esseri viventi descritti attorno al trono di Dio come in primo piano nella realizzazione della sua opera salvifica stanno ad indicare delle particolari manifestazioni dello Spirito nel suo attivo dispiegarsi nella storia della salvezza e, di rimando, la creazione che partecipa attivamente al progetto di Dio (secondo una tesi largamente diffusa e sostenuta anche dal padre Ugo Vanni). Ma meno di un secolo dopo la composizione del libro dell’Apocalisse, intorno al 180, Sant’Ireneo di Lione fa coincidere nel suo Adversus haereses ogni essere vivente con un evangelista: il leone con Giovanni, il vitello con Luca, l’uomo con Matteo e l’aquila con Marco. Le associazioni simboliche tra animali ed evangelisti sono dunque diverse da quelle che conosciamo oggi e che risalgono a San Girolamo, che nel suo Commento a Matteo identifica nel leone San Marco e nell’aquila San Giovanni, trasformando inoltre la figura del vitello in un bue. L’attribuzione del leone a San Marco si è sempre più imposta anche nell’iconografia per ben comprensibili motivi: il suo racconto si apre con la predicazione di Giovanni Battista nel deserto, facilmente descrivibile come una “voce che ruggisce”; il leone d’altra parte richiama forza e regalità, qualità legate al Cristo così come presentato da Marco; la stessa parola dell’Evangelista, per mezzo del Vangelo da lui scritto, risuona con chiarezza e potenza lungo i secoli, come il ruggito di un leone. Se nella consolidata iconografia la figura del fiero animale simboleggia la forza del messaggio di San Marco, le ali indicano l’elevazione spirituale e l’aureolo la sua santità. Spesso, come nel nostro stemma, il libro tenuto in una o fra entrambe le branche, sottolinea la sua opera di scrittore sacro.

Nel nostro stemma il leone si trova davanti a un albero di ulivo, in una composizione simile a quella dello stemma di Viterbo (dove però ritroviamo una palma, e il leone non è quello marciano alato e nimbato, ma coronato e tenente una banderuola con croci e chiavi richiamanti il papato). L’ulivo richiama le origini del titolare, fieramente sabino, nato a Cantalupo in Sabina (RI). La Sabina è infatti una delle zone più importanti d’Italia quanto a presenza della preziosa pianta mediterranea e per la produzione di olio. La Sabina, regione storica del Lazio, a nord-est di Roma, del Tevere e l’Appennino è caratterizzata da verdeggianti colline e affascinanti borghi medievali, ed è arricchita fin dall’antichità da coltivazione di vaste distese di uliveti. Ma l’ulivo, grazie alle sue proprietà, ha anche importanti valenze simboliche, rappresentando pace, prosperità e anche radicamento alla terra e stabilità. Coltivato fin dall’antichità, fondamentale per l’alimentazione, per le preparazioni medicinali e cosmetiche, e utilizzato anche nei rituali, il prezioso vegetale deve la sua nota ricchezza simbolica innanzitutto alla sua forte presenza nella Scrittura. Il primo testo, notissimo, è quello di Gen 8,11 dove si parla della colomba che fatta volare da Noè al termine del diluvio, fece ritorno recando nel becco una foglia fresca di ulivo: la foglia d’ulivo diventa il segno che le acque si ritirano, indicando la fine del giudizio e l’inizio di una nuova alleanza tra Dio e l’umanità. Per questo, ancora oggi, l’ulivo rappresenta universalmente la pace. Nella Bibbia l’ulivo è anche ben noto per essere un albero longevo, resistente e sempreverde, e pensando a queste caratteristiche l’orante anticotestamentario si identifica con esso: “Io invece sono come un ulivo verdeggiante nella casa di Dio” (Sal 52,10). L’ulivo richiama così la stabilità e la benedizione che vengono da Dio e la fiducia che soltanto in lui si può con certezza assoluta riporre. Non va dimenticato il significato simbolico che nel Nuovo Testamento attribuisce Paolo all’ulivo: “Se la radice è santa, anche i rami lo sono.” L’Apostolo in Rom 11,16-24 usa l’ulivo come metafora per indicare Israele, mentre i rami in esso innestati indicano i pagani accolti nella salvezza. L’uso paolino dell’ulivo si traduce dunque in un simbolo di continuità e inclusione. Se poi pensiamo al frutto dell’ulivo e all’olio che ne viene estratto non mancano pure significativi riferimenti scritturistici. L’olio è infatti segno di consacrazione per mezzo del rito dell’unzione, e nella Bibbia viene indicato come elemento per consacrare re (1Sam 10,1; 16,13; cfr 24,7), sacerdoti (Es 29,7; 30,30) e profeti (1Re 19,16; Is 61,1). In una grande sintesi teologica offerta dal Nuovo Testamento, queste tre unzioni convergono in una sola persona, Gesù. Egli è l’“Unto” del Signore, cioè il “Messia” (Mashìach), termine tradotto un greco con “Cristo” (Christós). Testo chiave per questa comprensione è quello che si ritrova nel contesto del discorso di Pietro tenuto a Cesarea di fronte al centurione Cornelio e a quelli che erano con lui: “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret” (At 10,38). In quanto Re Gesù annuncia autenticamente e realizza in pienezza il Regno di Dio (Mt 2,2; 27,37; Mc 15,2; Gv 1,49; 12,13; 18,36-37; Ap 19,16), in quanto Profeta egli non solo proferisce le parole di Dio ma è la stessa Parola definitiva di Dio (Gv 1,14; cfr Eb 1,1-2), in quanto Sacerdote offre se stesso come sacrificio perfetto e dall’eterno valore salvifico (secondo un concetto lungamente espresso nella Lettera agli Ebrei e anche nella “preghiera sacerdotale” di Gv 17). Lo stesso rito dell’unzione con olio si ritrova in tutto il suo valore consacratorio nei Sacramenti mediante l’uso del Crisma: il Battesimo e la Cresima, oltre che l’Ordinazione sacerdotale (unzione delle palme delle mani) e l’Ordinazione episcopale (unzione del capo).

Notiamo, a conclusione della descrizione dello stemma, che le figure sono sostenute da una “campagna” di verde, a richiamare ancora una volta il territorio sabino ma anche e soprattutto in riferimento simbolico alla Chiesa come “campo di Dio”, immagine che, utilizzata a livello allusivo in alcune parabole del Regno pronunciate da Gesù (Mt 13,3.38; Lc 8,11), è ripresa esplicitamente da Paolo in 1Cor 3,9, indicando non solo che la comunità è un terreno coltivato appartenente a Dio e da lui stesso coltivato, ma anche che gli apostoli sono solo collaboratori: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6). L’azzurro sul quale tutte le figure campeggiano richiama il cielo terso della Sabina che fa da sfondo agli ulivi i quali ne arricchiscono il paesaggio, e allo stesso tempo simboleggia gli ideali di santità e giustizia verso i quali la vita cristiana deve sempre tendere.

Il motto riprende la frase del Salmo 52 che al versetto 10 recita: “Ma io, come olivo verdeggiante nella casa di Dio, confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”. Le parole del motto, citate secondo la versione della Vulgata, illustrano il contenuto grafico-artistico dello stemma, con riferimento alle origini del titolare e ai sentimenti con i quali si affida a Dio nell’accogliere la chiamata al ministero episcopale.

Lo stemma di S. E. Rev.ma Mons. Stefano Sparapani, Vescovo titolare di Bisenzio, Ausiliare di Roma per il Settore Ovest.

stemma
Lo stemma di monsignor Sparapani Stefano, disegnato da don Antonio Pompili: “Interzato in pergola rovesciata: nel 1° d’argento, al ramoscello d’ulivo centrato di verde; nel 2° d’oro, alla fiamma al naturale; nel 3° d’azzurro, alla montagna d’argento sormontata da una stella di 8 punte d’oro” (Blasonatura ufficiale)

Tutte le figure presenti nello stemma esprimono in modo unitario l’anelito di tutta l’umanità alla Pace. È il Dono che il Signore Risorto fa, entrando a porte chiuse, agli apostoli la sera del giorno di Pasqua: “Pace a voi!”. A partire dal dono del Risorto, compito affidato agli Apostoli, tutti i segni dello stemma in modo unitario e personale si spiegano.
Fra tutte le figure rappresentate nello stemma, spicca per la sua centralità e l’imponenza del suo aspetto la montagna. Nella Bibbia la montagna è luogo privilegiato per l’incontro tra Dio e l’uomo. Basti pensare al monte per eccellenza nell’Antico Testamento, il monte Sinai, dove al movimento di Dio che vi scende (Es 19,20) corrisponde il movimento di Mosè che vi sale per ricevere le tavole della Legge. Per la sua altezza, la sua stabilità e il movimento della salita che essa comporta per l’uomo che vuole raggiungerne la vetta, il monte diventa simbolo di ricerca di Dio e di rivelazione, di conversione e di alleanza, di fede e di elevazione spirituale, di prova e di ascesi, di contemplazione di Dio e di compimento finale. La salita richiede fatica, e proprio questa fatica è immagine della maturazione della fede che porta a uscire da se stessi per innalzarsi verso Dio, senza fermarsi di fronte agli ostacoli ma anzi crescendo nel desiderio dell’incontro. Basti pensare al monte Moria, dove Abramo è pronto a offrire il proprio unigenito Isacco: «Prendi tuo figlio… e offrilo in olocausto sopra un monte» (Gen 22,2). Qui la montagna simboleggia la vetta della fede: il luogo in cui l’uomo è chiamato a fidarsi oltre ogni evidenza e oltre ogni umana sicurezza. Lo stesso cammino del “salire sul monte” esprime il movimento interiore dell’uomo verso Dio. Proprio in questi termini si esprime il profeta Isaia quando rivolge il suo invito: «Venite, saliamo sul monte del Signore» (Is 2,3). Evidentemente qui il monte non indica solo l’altura su cui sorge Gerusalemme, ma esprime simbolicamente il cammino della fede, il desiderio di lasciarsi istruire da Dio.

Nel nostro stemma il monte ha anche un carattere fortemente biografico, dal momento che la passione per la montagna e le scalate sono state una via importante per don Stefano per il suo avvicinamento a Dio al punto che nel biglietti di partecipazione per la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 04 ottobre 1991, rappresentava una montagna sulla quale , da varie, direzioni affluivano diversi popoli con la citazione del profeta Isaia 2,2-5 che offre una visione profetica di pace universale “alla fine dei giorni”, in cui le nazioni affluiranno al monte del Signore per imparare le sue vie. Dio giudicherà i popoli, portando al disarmo totale: le spade diventeranno aratri. È un invito a camminare nella luce di Dio. La profezia annuncia che, sotto il Regno di Dio, la guerra non sarà più studiata né praticata. Le armi di distruzione (spade, lance) saranno trasformate in strumenti di lavoro vita e dunque di vita (aratri, falci).

«Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore».

Qui il monte non è più solo luogo di esperienza personale, ma diventa simbolo del compimento ultimo della storia, della pace messianica e dell’unità dei popoli. In ultima analisi simbolo di quei valori che risplendono pienamente nel messaggio delle Beatitudini proclamate da Gesù proprio sul monte: il simbolo del monte raggiunge nel lungo discorso di Gesù riportato in Mt 5-7 uno dei suoi vertici teologici. Qui non è solo scenario, ma chiave interpretativa del messaggio di Gesù, soprattutto delle Beatitudini. Il versetto d’ingresso è decisivo: «Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna… e li ammaestrava» (Mt 5,1). Matteo costruisce volutamente la scena in parallelo con Mosè sul Sinai. Come Mosè sale sul monte per ricevere e consegnare la Legge, così Gesù sale sul monte e da lì dona la il compimento della Legge. Le Beatitudini non sono semplici consigli morali: sono il profilo dell’uomo che vive “in alto”, cioè secondo Dio. Il monte diventa immagine della trasformazione dello sguardo e della mentalità: dal basso del potere, del possesso e dell’ego, all’alto del Regno, secondo il modello dell’umanità autentica mostrato da Gesù vittorioso nel momento della prova (Mt 4,1-11). Per questo Gesù proclama beati proprio coloro che il mondo non considera tali: «Beati i poveri in spirito… i miti… i puri di cuore…» (Mt 5,3-8). Il monte esprime simbolicamente il capovolgimento della prospettiva umana. Se Mt 5–7 presenta la vita cristiana come una salita continua, le Beatitudini sono la mappa della salita. E il monte diventa così il simbolo del cammino di conversione e di santificazione.

La stella che sormonta la montagna è un simbolico riferimento alla Beata Vergine Maria, che nel cammino di salita verso Cristo, è stella luminosa di riferimento. Non a caso la stella presenta 8 raggi, a richiamare quella novità della vita evangelica che, espressa nelle Beatitudini, brilla pienamente in Maria venerata anche col titolo di “Regina della pace”.

Nella parte superiore dello scudo troviamo un ramoscello di ulivo. Universale simbolo di pace, l’ulivo trova in quanto tale la sua prima ricorrenza scritturistica in Gen 8,11: la colomba torna a Noè con un ramoscello d’ulivo nel becco. Se il diluvio rappresenta il caos conseguente alla rottura tra Dio e l’umanità, l’ulivo annuncia che l’ira si è ritirata: le acque stanno scendendo. Il ramo non è solo prova che esiste di nuovo la terra asciutta ma è il segno che la relazione spezzata è stata ricucita, ed è stata restaurata la pace tra cielo e terra. Inoltre, se esiste una foglia d’ulivo, vuol dire che la vegetazione è sopravvissuta o è rinata. Quindi il ramo diventa simbolo di vita nuova dopo la distruzione. Per questo sovrapporsi di significati, la pace biblica non è solo assenza di guerra, ma nuova creazione. Dopo il diluvio, il mondo ricomincia. L’ulivo, caratterizzato dall’essere una pianta sempreverde, stabile e feconda, bene rappresenta il concetto ebraico di shalom, pace intesa come pienezza, armonia, integrità, benedizione, ordine ristabilito. Nel nostro stemma il ramoscello di ulivo è ripiegato verso il centro dello scudo, quasi a richiamare la pace che Dio offre all’uomo chinandosi verso di lui, per sollevarlo con il suo amore e la sua grazia. Il ramoscello campeggia su sfondo d’argento, metallo che per la sua candida brillantezza richiama il concetto di Rivelazione: Dio si rivela come “il Dio della pace” (Rm 15,32), perché dona agli uomini la sua pace che custodisce pensieri e sentimenti (Fil 4,7) e fa pace tra i popoli. Per Paolo (Ef 2,14), Cristo “è la nostra pace”: abbatte i muri di separazione e crea una nuova umanità riconciliata. E tuttavia quel Gesù che ha promesso ai suoi discepoli la sua pace dicendo “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), e l’ha effettivamente donata loro risorto dai morti (“Pace a voi”: Gv 20,19), non promette e non dona una pace a buon mercato (“non come la dà il mondo io la do a voi”). La pace di Cristo non è la tranquillità di chi non conosce difficoltà e problemi, rinchiudendosi nella quiete superficiale di chi scende facilmente a compromessi. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34). Con queste parole Gesù afferma chiaramente che la sua parola, come spada, dividerà quelli che non credono e rifiutano i suoi valori da quelli che invece credono e cercano di vivere secondo il Vangelo. La scelta radicale di seguire Cristo può causare perciò divisioni e fratture, e i cristiani potranno essere perseguitati anche dai loro congiunti, come emerge ancor più chiaramente nel testo parallelo di Luca, dove il termine spada è sostituito da “divisione”: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Lc 12,51-53). Ma Lui stesso, che ha conosciuto la persecuzione e ha affrontato la passione e la morte, dona ai discepoli il fuoco del suo amore, per renderli testimoni coraggiosi del Vangelo di fronte ad ogni avversità: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49-50). Per questo, nello stemma di Mons. Sparapani, parallelamente alla figura del ramoscello si trova una fiamma. Essa simboleggia il fuoco dello Spirito che, sceso sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste (At 2,1-4) li ha resi annunciatori forti e coraggiosi del Vangelo, e che sempre anima la Chiesa perché porti la fede nel Risorto agli uomini lungo i secoli e nel mondo. Il Vescovo, come ogni cristiano che si pone alla scuola del Vangelo e se ne fa annunciatore per gli altri, sa che la sua stessa fede viene purificata come l’oro dal fuoco della prova e delle persecuzioni, risultando tuttavia un bene molto più prezioso dell’oro stesso (1Pt 1,6-7). E nello stemma la fede è richiamata proprio dall’oro che fa da sfondo alla fiamma.

Le parole del motto riprendono il saluto di Gesù la sera stessa di Pasqua ai suoi, secondo la narrazione offerta nel capitolo 20 del Vangelo secondo Giovanni. In quel saluto “Pace a voi” non c’è un semplice cortese augurio ma la pienezza del dono salvifico del Crocifisso-Risorto. La pace di Cristo vince la paura che paralizzava i discepoli chiusi nel cenacolo. Infatti, subito dopo il saluto, Gesù mostra le mani e il fianco: la pace cristiana non cancella il dolore, ma passa attraverso le ferite redente. La pace viene dal fatto che il peccato, il male e la morte sono stati attraversati e vinti. Per questo il saluto ha anche un valore soteriologico: annuncia che la riconciliazione è ormai compiuta. E i discepoli accogliendo la pace di Cristo, vincitore del peccato e della morte, passano dalla paura che immobilizza alla gioia della vita nuova. Gesù Risorto comunica proprio questa pienezza messianica dei tempi ultimi: con la Pasqua è iniziata la nuova creazione. Per questo subito dopo soffia lo Spirito Santo, in un gesto che ricorda Gen 2,7, quando Dio insuffla il respiro di vita in Adamo. Qui il Risorto inaugura l’umanità nuova. Ed è il dono dello Spirito che rende missionari del Vangelo. Il secondo “Pace a voi” è legato alla missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». La pace non è solo consolazione interiore, ma investitura apostolica. Chi riceve la pace del Risorto viene mandato a portarla al mondo attraverso l’annuncio della Misericordia divina e il perdono dei peccati. La Chiesa nasce come comunità pasquale della pace e del perdono. La pace è il dono pasquale della riconciliazione che il Crocifisso-Risorto comunica ai suoi, trasformando la paura in gioia e costituendoli missionari del perdono.


Scheda biografica
Don Antonio Pompili

Pompili

Don Antonio Pompili è nato a Roma il 16 ottobre 1974.

Dopo la maturità, è entrato, nel settembre del 1993, al Pontificio Seminario Romano Maggiore svolgendovi gli studi filosofici (presso la Pontificia Università Lateranense) e teologici (presso la Pontificia Università Gregoriana). Il 25 aprile 1999 è stato ordinato sacerdote da San Giovanni Paolo II, nella Basilica Vaticana.

Ha esercitato il suo ministero sacerdotale presso le parrocchie dei Santi Mario e Compagni Martiri alla Romanina, San Pio V all’Aurelio, e San Martino I Papa, prima come vicario parrocchiale e poi come parroco. Dal 2025 è parroco dell’arcibasilica di San Giovanni in Laterano.

Vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano, è considerato fra i massimi esperti viventi nel campo dell’araldica ecclesiastica, ed è anche un apprezzato disegnatore di emblemi araldici.

Fra le sue realizzazioni si segnalano in particolare il “Manuale di araldica ecclesiastica” (scritto a quattro mani con il cardinal Andrea Cordelo Lanza di Montezemolo), e il corso in streaming “L’araldica un linguaggio antico e sempre attuale”, oltre a numerosi contributi apparsi su diverse pubblicazioni; don Pompili è inoltre uno dei moderatori del forum IAGI “I nostri avi”.
.

Scheda di approfondimento
L’araldica ecclesiastica

L’araldica ecclesiastica è una specifica branca dell’araldica che si occupa degli stemmi appartenenti a persone o istituzioni del mondo ecclesiale, stemmi caratterizzati da ornamentazioni esterne sostanzialmente costanti e che esprimono un preciso codice giuridico, in grado di rendere immediatamente identificabile grado e funzione del titolare.

Limitatamente all’araldica della Chiesa Cattolica, gli elementi essenziali di tale codice sono:

La tiara o triregno è l’ornamento araldico ad uso esclusivo del Papa, che sormonta il relativo stemma, ed è costituita da un copricapo a forma di cupola che sorregge tre corone sovrapposte. Benedetto XVI e Francesco hanno sostituito la tiara con una mitra caricata di tre fasce d’oro che richiamano le originarie tre corone.

Il galero, ovvero il cappello ecclesiastico è un cappello da pellegrino con la tesa molto lunga e due cordoni laterali che terminano con una serie di fiocchi o più propriamente nappe. Posto sulla sommità ornamento dello scudo il galero consente l’immediato riconoscimento del grado del titolare dello stemma grazie al colore e al numero delle nappe o fiocchi.

Il colore del galero (di norma il medesimo delle nappe) indica:
> rosso per i cardinali;
> verde per gli arcivescovi, i vescovi e i patriarchi;
> paonazzo per i monsignori;
> nero per i presbiteri.

Il numero di nappe per lato indica:
> 15 nappe rosse per i cardinali;
> 15 nappe verdi per patriarchi e primati;
> 10 nappe verdi arcivescovi;
> 6 nappe verdi vescovi e abati mitrati;
> 6 nappe paonazze cappellano di Sua Santità;
> 6 nappe nere vicario generale, vicario episcopale, abate;
> 3 nappe canonico;
> 1 nappa presbitero.

Le Chiavi sono raffigurate incrociate, una d’oro a destra e un’altra d’argento a sinistra, con le impugnature rivolte verso il basso. Si pongono dietro o sopra lo scudo papale.

La croce posta in palo dietro lo scudo, può essere:
> semplice cioè ad una traversa per i vescovi
> doppia cioè a due traverse per i cardinali, i patriarchi e gli arcivescovi.

Stemma papale base
Impostazione classica di un stemma papale
Stemma cardinalizio base
Impostazione classica di uno stemma cardinalizio di un arcivescovo
Stemma arcivescovile base
Impostazione classica di uno stemma arcivescovile

Stemma vescovile base
Impostazione classica di uno stemma vescovile

Stemma di vicario base
Impostazione classica di uno stemma di un abate

Stemma di parroco base
Impostazione classica di uno stemma di un canonico

Stemma di sacerdote base
Impostazione classica di uno stemma di un sacerdote


Accanto a questi elementi principali ve ne sono altri di uso più limitato, come pure vi sono ulteriori configurazioni specificatamente riservate a cariche meno note, e non mancano un certo numero di eccezioni e deroghe concesse a titolari di cariche legate ad istituzioni specifiche.

I disegni di questa scheda sono stati realizzati da Teresa Morettoni e Davide Bolis (per il solo stemma vescovile).
.

Articoli correlati: Lo stemma di monsignor Morandi

stemmi
Gli stemmi disegnati da don Antonio Pompili, dei quattro vicari episcopali di Roma nominati e consacrati da papa Leone XIV
9 Luglio 2026
Claudio Fontana

Cerca negli articoli

Questo servizio è offerto dal Centro Studi Araldici.
Questo servizio è offerto dal Centro Studi Araldici.
Come funziona la ricerca?

Siti Collegati

  • Banner del sito di Stemmario Italiano.
  • Banner del sito del Centro Studi Araldici.
  • Banner del sito del Araldica On Line.
  • Banner del sito Creare Stemmi
  • Banner del sito Araldica TV