Nuove insegne per la Provincia del Sulcis Iglesiente
Nella seduta del 10 marzo scorso, il consiglio provinciale della Provincia del Sulcis Iglesiente, fra le altre cose, ha deliberato l’approvazione del nuovo stemma, gonfalone e bandiera dell’ente, da sottoporre all’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine di ottenere regolare concessione all’uso da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
In realtà – almeno per quanto riguarda lo stemma – non si tratta di una creazione ex novo, ma del recupero dell’emblema utilizzato dalla precedente Provincia di Carbonia-Iglesias, istituita nel 2001, ed attiva dal 2005 al 2016, che dopo concorso pubblico, con Deliberazione della Giunta Provinciale del 30 settembre 2011 adottò lo stemma “Partito; nel 1° d’azzurro alla madre Mediterranea d’oro; nel 2° di Sardegna” (blasonatura ufficiale).
Terminata l’esperienza di tale ente, e dopo l’ancor più breve vita della Provincia del Sud Sardegna (2016-2025) – che sostanzialmente inglobò il territorio della suddetta provincia – l’ente regionale, con Legge Regionale 12 aprile 2021 nº 7, ha istituito dal 1 giugno 2025 la “nuova” provincia del Sulcis Iglesiente, che di fatto è considerata un ripristino del primitivo ente cessato nel 2016.
Non stupisce dunque che la nuova amministrazione locale abbia voluto riprendere le insegne adottate a suo tempo dalla sua progenitrice.
“Tra le decisioni più significative – ha comunicato lo stesso ente locale riferendo della sua seduta del 10 marzo –, l’approvazione dei bozzetti dello stemma, del gonfalone e della bandiera della Provincia del Sulcis Iglesiente e l’avvio della procedura per il riconoscimento ufficiale degli emblemi araldici presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Presidente della Repubblica. Un passaggio altamente simbolico ma anche istituzionalmente rilevante: dotarsi dei propri simboli significa rafforzare l’identità e la rappresentanza del territorio, restituendo alla Provincia un segno riconoscibile della propria storia, della propria cultura e della propria funzione pubblica. Lo stemma unisce due elementi fortemente identitari: i Quattro Mori, simbolo della Sardegna; la Dea Madre, antichissimo reperto neolitico rinvenuto a Santadi, che richiama le radici storiche più profonde del Sulcis Iglesiente“.

A rendere ancora più evidente l’operazione di recupero, le foto dell’assise, che ritraggono i banchi del consiglio provinciale, in cui spicca proprio l’emblema in questione, tecnicamente non ancora “esistente”, ma già riprodotto sullo scranno del presidente, sebbene con una variante araldicamente importante e non indicata nella vecchia blasonatura, ovvero la posizione delle teste dei mori: rivoltate.

Scelta o svista ? Per chiarire questo aspetto, ma anche per verificare eventuali altre piccole variazioni difficili da rilevare dal materiale diffuso, e soprattutto per poter conoscere le caratteristiche del nuovo gonfalone e dell’inedita bandiera provinciale, abbiamo provato ripetutamente a contattare l’ente territoriale, ma senza ricevere mai alcun tipo di riscontro.
Lasciando in sospeso la questione della posizione delle teste dei mori, l’emblema appare tecnicamente ineccepibile, ma purtroppo non sfugge alla perversa logica che tanti danni continua a fare nell’araldica civica, logica che assimila gli stemmi a cartoline turistiche, su cui raffigurare monumenti e reperti locali, come – nel caso specifico – la riproduzione di un manufatto archeologico noto come “la Dea Madre“. Un non senso araldico, su cui difficilmente l’Ufficio Araldico potrà intervenire.
Il testo dell’articolo è stato rivisto alcune ore dopo la pubblicazione per evidenziare l’anomala sistemazione data alle teste dei mori, grazie alle segnalazioni di Roberto Stefanazzi Bossi e Massimo Ghirardi.
Scheda di approfondimento L’araldica civica italiana ![]() L’araldica è la scienza che studia gli stemmi, questi però sono raggruppabili in tre macro categorie, ovvero gli stemmi di persona e famiglia, gli stemmi ecclesiastici, e gli stemmi di enti. Quest’ultima categoria comprende in particolare gli enti territoriali, quali i comuni, le province, le regioni, e gli studi araldici ad essa dedicati, sono comunemente indicati come studi sull’araldica civica. Oggi in Italia solo questa categoria dell’araldica (o meglio gran parte di essa) è disciplinata e tutelata dallo Stato, e la normativa di riferimento è il Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2011, n.25 – Suppl. Ordinario n.26. Tale Decreto all’articolo 2 precisa che: sono destinatari delle disposizioni di cui al presente decreto: le regioni, le province, le città metropolitane, i comuni, le comunità montane, le comunità isolane, i consorzi, le unioni di comuni, gli enti con personalità giuridica, le banche, le fondazioni, le università, le società, le associazioni, le Forze armate ed i Corpi ad ordinamento civile e militare dello Stato. L’articolo 5 invece precisa le caratteristiche tecniche degli emblemi civici: 1) Lo scudo obbligatoriamente adottato per la costruzione degli stemmi è quello sannitico moderno … 2) Le province, i comuni insigniti del titolo di città ed i comuni dovranno collocare sopra lo stemma la corona a ciascuno spettante, come di seguito descritta: a) provincia: cerchio d’oro gemmato con le cordonature lisce ai margini, racchiudente due rami, uno di alloro e uno di quercia, al naturale, uscenti dalla corona, decussati e ricadenti all’infuori: ![]() b) comune insignito del titolo di città: corona turrita, formata da un cerchio d’oro aperto da otto pusterle (cinque visibili) con due cordonate a muro sui margini, sostenente otto torri (cinque visibili), riunite da cortine di muro, il tutto d’oro e murato di nero: ![]() c) comune: corona formata da un cerchio aperto da quattro pusterle (tre visibili), con due cordonate a muro sui margini, sostenente una cinta, aperta da sedici porte (nove visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a coda di rondine, il tutto d’argento e murato di nero: ![]() 3) Gli enti di cui all’articolo 2, diversi da provincia, comune insignito del titolo di città e comune, possono fregiare il proprio stemma con corone speciali di cui è studiata di volta in volta la realizzazione a cura dell’ Ufficio onorificenze e araldica. 4) Il gonfalone consiste in un drappo rettangolare di cm. 90 per cm. 180, del colore di uno o di tutti gli smalti dello stemma. Il drappo è sospeso mediante un bilico mobile ad un’asta ricoperta di velluto dello stesso colore, con bullette poste a spirale, e terminata in punta da una freccia, sulla quale sarà riprodotto lo stemma, e sul gambo il nome dell’ente. Il gonfalone ornato e frangiato è caricato, nel centro, dello stemma dell’ente, sormontato dall’iscrizione centrata (convessa verso l’alto) dell’ente medesimo. La cravatta frangiata deve consistere in nastri tricolorati dai colori nazionali. Le parti metalliche del gonfalone devono essere: argentate per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. Analogamente i ricami, i cordoni, l’iscrizione e le bullette a spirale devono essere d’argento per gli stemmi del comune, d’oro per gli stemmi della provincia e del comune insignito del titolo di città. ![]() Il precedente articolo 4, fornisce inoltre delle indicazioni in merito ai motti: I motti devono essere scritti su liste bifide e svolazzanti dello stesso colore del campo dello scudo, con lettere maiuscole romane, collocate sotto la punta dello scudo. Non sono invece formalmente menzionate le fronde che accompagnano lo scudo ai lati per poi unirsi al di sotto della sua punta, ma il rinvio alla normativa preesistente per quanto non normato dal decreto in questione, oltre alla loro costante presenza nei bozzetti esemplificativi e nelle faq presenti sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri legittimano la comune interpretazione che esse siano previste, e lo siano con le caratteristiche indicate nelle suddette faq: 7) Le fronde che ornano lo scudo che ruolo hanno? Arricchiscono lo scudo ed effigiano l’alloro e la quercia, con le foglie di verde e con le drupe e le bacche d’oro; tali fronde si pongono legate in basso con un nastro tricolorato con i colori nazionali. Da annotare infine che il comma 1 dell’art. 4 del già richiamato DPCM del 28/01/2011 precisa che “Gli stemmi ed i gonfaloni storici delle province e dei comuni non possono essere modificati”. I disegni accompagnatori della presente scheda sono desunti dal testo del DPCM del 28/01/2011. Testo integrale del Decreto del Presidente del Consiglio del 28 gennaio 2011 . |
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