Cavalieri del Lavoro 2019

Si è svolta il 22 ottobre, al Palazzo del Quirinale, la cerimonia di consegna delle onorificenze dell’Ordine “Al Merito del Lavoro” ai Cavalieri nominati il 2 giugno 2019.

Hanno preso la parola il Presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, Antonio D’Amato, e il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli.

Il Presidente della Repubblica, dopo avere consegnato le insegne ai nuovi Cavalieri del Lavoro e gli attestati ai nuovi Alfieri del Lavoro, ha pronunciato un discorso.

Erano presenti la Vice Presidente del Senato della Repubblica, Paola Taverna e la Vice Presidente della Camera dei Deputati, Maria Rosaria Carfagna, rappresentanti del Parlamento, del Governo e del mondo dell’imprenditoria.

In precedenza il Presidente Mattarella aveva consegnato il distintivo d’oro ai Cavalieri del Lavoro che appartengono all’Ordine da 25 anni.

Di seguito il testo integrale delle parole del Presidente della Repubblica:

DISCORSO DI MATTARELLA

Rivolgo un saluto alle Vice Presidenti del Senato e della Camera, ai Ministri presenti.

Ringrazio il Ministro Stefano Patuanelli per le considerazioni che ha svolto e per le cortesi parole nei miei confronti. Lo stesso ringraziamento rivolgo al Presidente Antonio D’Amato, e il ringraziamento si estende all’efficacia con cui in questi anni ha svolto questo compito così importante e di prestigio.

A tutti i presenti rivolgo il più cordiale benvenuto al Quirinale.

Rinnovo le mie congratulazioni ai Cavalieri del Lavoro, che ricevono oggi il riconoscimento per l’eccellenza raggiunta e per il valore sociale prodotto dalle loro imprese.

Insieme a loro, mi complimento con gli Alfieri del Lavoro, che si sono distinti negli studi e sono adesso chiamati ad affinare ulteriormente il loro talento, per metterlo a frutto sia nella professione sia nelle altre espressioni della vita sociale.

Ogni anno questo incontro ci propone esperienze che sono anche segni e messaggi di grande significato, lanciando a tutti noi la sfida di renderli attuali nel succedersi di cambiamenti così profondi e veloci.

Il primo di questi segni che vorrei raccogliere è senz’altro quello della necessaria alleanza tra le generazioni.

Nessuna comunità può progredire se si spezza la catena della fiducia, della trasmissione dell’esperienza, della speranza di pensare e realizzare, insieme, un futuro migliore.

Nessuna società può ben preparare il proprio domani se i giovani incontrano ostacoli nel loro percorso di crescita, o se la struttura sociale li emargina, non crea opportunità e occasioni di assunzione di responsabilità, mettendoli, talvolta, di fronte a scelte di migrazione forzata per assicurarsi un futuro.

In molti campi la crescita della propria personalità in esperienze all’estero costituisce una ricchezza importante. Aumenta il capitale sociale, grazie a conoscenze che così possono essere acquisite.

Non sfugge tuttavia – lo sappiamo bene – la consapevolezza che, troppo spesso, molti giovani debbono lasciare il nostro Paese, cercando altrove opportunità che qui tendono a rarefarsi.

Occorre far sì che il nostro sia un sistema sempre più aperto, con un dialogo virtuoso tra giovani, istituzioni, sistema formativo, imprese. L’eccesso di cautela come regola ineludibile, il rifuggire da qualsivoglia margine di rischio nei finanziamenti chiude spazi all’innovazione, a iniziative che andrebbero, al contrario, incoraggiate.

Mettere fianco a fianco, come abbiamo appena fatto, i 25 nuovi Cavalieri del Lavoro con 25 giovani Alfieri rappresenta, simbolicamente, un impegno che non riguarda soltanto i singoli premiati di oggi ma deve coinvolgere tutte le componenti attive del nostro Paese.

Il succedersi delle generazioni ha comportato spesso dei salti, e non di rado ha generato tensioni. Oggi avvertiamo di trovarci di fronte a problemi inediti, che vanno affrontati con serietà e lungimiranza: vale sul piano delle risorse necessarie ad assicurare, sul piano ambientale, uno sviluppo, vale sul piano economico e delle scelte di finanza pubblica per affrontare i temi posti dagli squilibri demografici in Italia e in Europa.

Talvolta si levano voci che tendono a creare artificiose contrapposizioni giovani/anziani, a porre in concorrenza le generazioni per quanto attiene alla distribuzione delle risorse pubbliche: è un terreno insidioso che pone in discussione la stessa coesione sociale.

La prima preoccupazione di ogni famiglia è l’avvenire di figli e nipoti: ciascuna società sana è, anzitutto, preoccupata del loro avvenire. Quello che va perseguito, semmai, è un consapevole patto tra le generazioni per far crescere l’Italia e confermarla il meraviglioso Paese che abbiamo ricevuto.

Una frattura che penalizzasse i giovani – nel lavoro, nel reddito, nella possibilità di costruirsi una famiglia e un futuro – sarebbe certamente tra le più dannose per la comunità.

Occorre investire, quindi, con coraggio e intelligenza nel capitale sociale del Paese.

Scuola, formazione, ricerca, sostegno alle iniziative giovanili sono fondamentali per dare vita a un nuovo ciclo virtuoso, guidare l’innovazione e creare occupazione di qualità.

Sono temi, naturalmente, che non riguardano esclusivamente la questione giovanile.

Tenere unite le generazioni significa impegno a gestire l’attuale fase di transizione nel sistema economico, occuparsi degli adulti che perdono il lavoro e hanno bisogno di riqualificarsi, di costruire nuove competenze. Equità e mobilità sociale sono fattori decisivi di crescita, si alimentano l’un l’altra, e insieme contribuiscono alla competitività del Paese, a un clima di maggior fiducia, a una maggiore qualità della vita.

Imprese, istituzioni, forze dinamiche della società possono riconoscere questo bene comune al di là di idee e interessi legittimamente diversi.

Il nostro incontro ha anche un altro segno forte: talento e merito valgono assai di più se diventano vettori di uno sviluppo e un benessere più ampi.

Si tratta di una connessione che merita di essere rafforzata.

Il merito non riesce a esprimersi compiutamente in una società con diseguaglianze insuperabili, e con steccati interni.

Il merito e l’eccellenza diventano “volani di crescita civile e di sviluppo economico” – come ha detto poc’anzi il Presidente Antonio D’Amato – quando emergono da una autentica libertà di movimento, da una comunità aperta al suo interno, con istituzioni vigili e capaci di rimuovere i muri dell’esclusione, della diseguaglianza di opportunità e di diritti, dell’illegalità.

Un altro messaggio è contenuto nell’appuntamento di oggi.

L’innovazione non è semplicemente efficienza produttiva ed economica. Certo, è anche questo. E il più delle volte è condizione di tenuta, in un mondo e in un mercato divenuti globali.

Ma l’innovazione oggi più che mai richiama immediatamente anche l’idea della qualità.

Qualità della vita dentro e fuori i luoghi di lavoro, qualità dell’occupazione, qualità dei prodotti. Nella catena del valore l’innovazione è chiamata a sviluppare prioritariamente la qualità.

Il mercato stesso è di fronte alla sfida di saper rispondere a questa esigenza: qualità nell’epoca dei consumi di massa e dell’allargamento di essi a popolazioni sempre più vaste e numerose.

Innovazione e qualità sono i principali vettori dello sviluppo sostenibile, che oggi è la sola modalità con cui possiamo immaginare la possibilità di sviluppo.

È una nuova frontiera sulla quale far convergere risorse, intelligenza, passione, ricerca.

Abbiamo di fronte difficoltà – e dobbiamo scontare errori e ritardi – ma anche enormi potenzialità. Noi Italia. E noi Europa.

Dobbiamo esserne consapevoli. La nuova Commissione presieduta dalla Presidente Ursula von der Leyen si è posta l’ambizioso obiettivo di far del nostro il primo Continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, riducendo di almeno il 50% le emissioni nocive entro il 2030.

Si tratta di un traguardo che collega gli obiettivi prima enumerati: sostenibilità, ricerca e formazione, innovazione, crescita di occupazione.

L’innovazione nella creazione dell’energia, la industrializzazione, ora la digitalizzazione e il sistema delle telecomunicazioni, hanno radicalmente cambiato, nel ‘900, le nostre società.

L’Europa può essere, ancora, l’avanguardia del cambiamento.

Nella produzione, nell’equilibrio dei consumi, nella tutela ambientale, nel modello sociale e di welfare.

Ci si può porre alla testa di una trasformazione tale da creare nuova ricchezza e poterla distribuire in modo più equo del passato.

E’ un’occasione storica per cercare di tenere uniti, nella nuova era, etica ed economia, crescita di produttività e maggiore coesione sociale.

Non possiamo indugiare.

Molte vostre aziende sono la prova che questa stagione non è lontana da noi. Anzi, che è già iniziata.

L’Italia in diversi settori produttivi è nel gruppo di testa.

Occorre orientare decisamente gli investimenti in questa direzione. La nostra economia, e l’insieme della nostra società, hanno bisogno vitale che gli investimenti, pubblici e privati, ripartano con immediatezza.

L’attuale congiuntura internazionale, segnata da una bassa crescita e da un rallentamento del commercio mondiale, è appesantita da misure protezionistiche fuor di luogo.

I consumi delle famiglie, così come gli investimenti delle imprese soffrono l’incertezza delle prospettive. Il mercato del lavoro, pur con qualche miglioramento, continua a presentare tassi di disoccupazione elevati, che toccano livelli insostenibili tra i giovani e nel Mezzogiorno.

Il nostro sistema è reso più vulnerabile da problemi strutturali, ai quali non è certamente estraneo il funzionamento dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione a livello centrale, regionale e locale.

Il tema della competitività, insomma, non riguarda esclusivamente i costi diretti dell’impresa e del lavoro, ma chiama in causa quella dell’intero Paese, del suo sistema complessivo.

Il nostro posto in Europa e nel mondo dipende in grande misura da questa sfida.

Sul fronte degli investimenti produttivi, naturalmente, è determinante il ruolo delle imprese, la loro capacità di intraprendere nuove iniziative e affrontare nuovi mercati, il coraggio di puntare al futuro.

I Cavalieri del Lavoro sono un esempio della nostra forza come Paese. Le aziende possono rafforzare la competitività, anche incrementando la collaborazione con università e centri di ricerca per tradurre poi la carica innovativa in progetti reali e decisioni concrete.

Come ha osservato il Ministro Patuanelli, è essenziale assicurare la certezza di regole e misure in modo che le aziende possano programmare i loro investimenti.

Serve uno sforzo convergente, e per questo è bene che anche il dialogo sociale riprenda vigore e produca effetti positivi, come è accaduto in altri importanti crocevia della nostra storia.

L’Europa più forte è essa stessa condizione per un contesto favorevole alle vostre, alle nostre imprese.

Voi lo sapete bene, e il Presidente D’Amato ha fatto bene a sottolinearlo.

Un’Europa salda nel sostenere ragioni di scambio libere ed eque, capace di coesione e solidarietà nel gestire le migrazioni, in grado di parlare con una sola voce nei teatri di crisi internazionale. Sarà garanzia di maggior sicurezza per i cittadini europei e per le imprese.

Auguro ai nuovi Cavalieri e Alfieri del Lavoro di proseguire nel percorso intrapreso e di raggiungere traguardi ulteriori, che certamente raggiungeranno, gli uni e gli altri. Sono certo che da essi deriverà progresso per tutta la società, e in primo luogo per quelle più importanti: le generazioni più giovani.

Il video dell’intervento di Mattarella

Video della consegna delle onoreficenze

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25 ottobre 2019
Redazione

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