Osservazioni sullo stemma della Marina Militare

Un nostro lettore – Orazio Mezzetti, noto cultore dell’arte del blasone – ci ha inviato un’ampia disamina relativa alla bandiera della Marina Militare Italiana ed in particolare allo stemma che campeggia al centro di tale vessillo; come già fatto in passato pubblichiamo tale contributo che riteniamo potrà arricchire il dibattito in ambito araldico.

Premessa per i cultori dell’araldica, è che, dato lo specifico uso che dell’insegna in esame viene fatto, il blasone in questo caso è considerato dall’autore alla stregua di un logo, e dunque precisamente ed immutabilmente definito nelle tonalità dei colori e nel tratto grafico, contrariamente a quanto normalmente accade con uno stemma “autotenticamente araldico”.

Diamo alla Marina Militare Italiana, la grande bandiera che si merita.

Tra i bellissimi e originali pregi italiani che ci vengono attribuiti all’estero, oltre al nostro territorio con i propri paesaggi mozzafiato, le fantastiche città d’arte ricche di musei e di bellissimi monumenti, siti archeologici unici al mondo, una cultura storica di eccellenza, l’operistica e la canzone, moda ed enogastronomia, annoveriamo anche l’orgoglio di possedere una delle bandiere che sono considerate da tutti, tra le più belle del mondo, un drappo che ha orgogliosamente sventolato per i mari di tutto il mondo fino al 16 dicembre 2012: la bandiera della nostra Marina Militare Italiana.

Dopo questa data, la bandiera ha avuto una pesante trasformazione nella simbologia dello stemma che campeggia centralmente sulla banda bianca del tricolore, svilendo graficamente il bellissimo stemma raffigurante le quattro repubbliche marinare. Uno stravolgimento questo, che va a colpire tre dei quattro campi dello stemma, definiti “quarti”, che sono quelli della marineria veneta, quella amalfitana e quella pisana, tralasciando e salvando purtroppo, solo quella genovese.

Nel progetto del cambiamento, dal titolo “Per uno stemma rinnovato della Marina Militare” di Michele D’Andrea, artefice e ideatore di questa discutibile iniziativa, lo stesso autore, aveva descritto l’intervento come un’azione di leggera modifica, e con un rapporto di modesto “restyling” allo stemma, asserendo una motivazione sicuramente di comodo, quella che il quarto veneziano era raffigurato da un leone dal disegno mediocre, esteticamente impoverito nella sua rigidità e con nella branca destra, una spada dalla forma “improbabile”, quando in realtà era una spada da stocco, arma in uso nel XIV secolo. Il felide inoltre, era accompagnato da una serie di simboli incomprensibili e misteriosi, in quanto questi mai furono blasonati dall’autore che lo realizzò nel 1947, né mai menzionati o descritti dallo stesso. Anche il decreto legislativo n. 1305 del 9 novembre 1947, che ufficializzava il nuovo stemma della Marina Militare Italiana, dava una descrizione con un’approssimazione disarmante.

Se veramente le motivazioni erano unicamente quelle di migliorare la forma e le caratteristiche plastiche del leone alato, ritenuto a ragione mediocre, piatto e disarmonico, sarebbe stato sufficiente migliorarne la figura e l’espressione di rilievo, rendendo il felide più elegante e maestoso, ma lasciando anche, nella loro abituale posizione le bellissime e incomprese, simbologie dorate. Ritengo sicuramente giusto e dignitoso, che dopo gli oltre settant’anni di onorata navigazione nei mari del mondo, queste simbologie, misteriose ma esteticamente utili e importanti, meritassero la fonte di diritto a sancirne l’uso per consuetudine, e non destinarle barbaramente all’odioso oblio. Ma, davanti alla totale incapacità di sopperire alla mancata descrizione, e alla completa incomprensione, suffragata da moltissime idee e teorie confuse sulla simbologia marciana, si è preferito aggirare prontamente e senza indugio lo scomodo ostacolo.

Praticamente tutto il quarto veneto è stato eliminato, simbologie comprese, ricaricando lo stesso quarto con una nuova figura di leone che ritengo poco consono alla tradizione, con le fauci completamente aperte, un tratto dal richiamo fumettistico, un libro chiuso portante una croce nel dorso e con un segnacolo uscente dalle sue pagine, asserendo l’autore, che il libro in questione fosse il Vangelo. L’aureola invece, che da sempre è stata di una certa rilevanza grafica, viene presentata in una forma assai ridotta, particolari questi, nel loro insieme, che non rientrano nella giusta iconografia della raffigurazione tradizionale del felide marciano. Questo è uno tra i più gravi danni inferti al bellissimo quarto della marineria veneta, e onestamente da buon veneziano, quale sono, ho moltissime difficoltà ad accettarlo.

Ad un’occhiata d’insieme, di primo acchito, il leone del nuovo quarto della marineria veneta, può sembrare una figura di felide forzuto e maestoso, forse anche ben strutturato, ma, in realtà, osservandolo con la dovuta attenzione, si notano delle forti sproporzioni e alcune anomalie. Infatti, le zampe posteriori, risultano esageratamente grandi rispetto alle branche anteriori, che invece, riscontriamo più piccole e molto corte; anche il busto di conseguenza, perde di importanza e di sostegno alla figura. La testa e le ali risultano entrambi assai schiacciate verso il basso, ed è talmente evidente questa anomalia che l’ala prominente, quella frontale, non lascia intravedere minimamente la linea della schiena del felide veneziano, come invece dovrebbe apparire nelle tradizionali iconografie tramandate dalla Serenissima, dove, ad eccezione delle ali che nascono dalle parti superiori delle spalle leonine, lasciano intravedere almeno metà della silhouette della schiena. Questa anomalia, dello schiacciamento, contribuisce anche, a lasciare sopra al leone troppo spazio vuoto, a differenza di quelli equilibrati e quasi uguali, lasciati dai quarti con le croci delle marinerie di Amalfi e di Pisa nei loro campi.

Ma lo stupore più grande è stato quando la mia attenzione è caduta sulla corona navale, o corona rostrata, che timbra lo stemma inquartato. Questa corona, è quella particolarissima simbologia che differenzia e distingue gli stemmi e le bandiere delle due marine italiane, quella militare che timbra lo stemma con la stessa, e quella mercantile che ne è completamente priva. Ebbene, l’autore del cambiamento dello stemma, Michele D’Andrea, che viene considerato come uno dei maggiori esperti in araldica militare, ha fatto propria l’idea di “timbrare” lo stemma araldico della marineria italica, con una corona rostrata, che riproducesse le due prue ai lati del cerchio d’oro della corona, che fossero simili, a quelle che ornano i basamenti delle antenne portabandiera del Vittoriano a Roma, scelta questa che viene letta come un palese omaggio all’architetto Giuseppe Sacconi, progettista e padre del monumento.

Ma purtroppo, pur essendo il gruppo di prua della nave romana, una bellissima scultura, ben definita, ed eseguita secondo lo stile elegante dell’epoca, presenta una grande incongruenza storico-stilistica: il rostro. Quest’arma di sfondamento infatti, è erroneamente posizionata, e si trova troppo in alto nella prora, addirittura alla fine dell’apposticcio, (elemento dello scafo da dove uscivano i remi), quando in realtà esso doveva essere inserito nel punto di congiunzione tra la parte finale prodiera della chiglia e la parte più bassa del dritto di prua, sopra il tagliamare, quindi nel punto più in basso della prora. Per meglio comprendere la posizione del rostro, si sappia che questo, usciva dalla linea del mare, durante la navigazione, per un quarto della sua altezza, mentre il resto rimaneva sott’acqua. Infatti, in tutte le raffigurazioni degli stemmi degli anni precedenti, le corone rostrate ivi illustrate, ripeto, in tutte, il rostro veniva posizionato sempre in modo corretto.

Mi preme far presente che lo stemma in questione è inserito al centro della bandiera italiana, che è il vessillo nazionale, e ne diventa conseguentemente parte integrante, un tutt’uno, inducendo quindi lo stemma assieme al drappo, al rispetto delle regole che sono proprie della vessillologia e dei propri codici sul colore “pantone”. Si deve sottolineare che, mentre in araldica, qualsiasi colore usato, può avere la propria tonalità di libera interpretazione, più chiara o più scura, dove, per esempio l’azzurro, può tranquillamente tendere al blu, come anche ad una tonalità vicina al turchese. I

In vessillologia, che è la disciplina che si occupa dello studio delle bandiere, il colore viene codificato precisamente dal sistema pantone. Per intenderci, il colore verde della nostra bandiera nazionale, ha un codice pantone il (17-6153), e sempre, dovrà essere rispettata quella precisa tonalità con quel specifico verde, e nessun altro.

Anche il quarto di Amalfi ha subito una trasformazione nel sistema cromatico, colorando il suo campo da un bel blu intenso, ad un azzurro-turchese, contravvenendo alle regole vessillologiche del codice pantone. Purtroppo il quarto di Pisa non si è salvato dai cambiamenti, anzi, si è trasformato nella simbologia più estranea e forestiera di tutto lo stemma. Da sempre Amalfi e Pisa portano nei loro stemmi e bandiere, i loro storici ed antichi colori, e quelli sarebbero dovuti rimanere.

Volendo intervenire a tutti i costi, là dove non v’era bisogno, si è voluto modificare anche sul quarto di Pisa, oltre sulla tonalità del colore del campo con una tonalità di rosso più cupo, anche nella forma della croce pisana che, a dispetto della tradizione simbolica della città di Pisa, è stata “alterata” abbozzandone una pronunciata rotondità, conferitagli all’andamento dei bracci, una più marcata dilatazione nella parte finale.

Ma la cosa più sconcertante è che il risultato di questa nuova figura di croce ha assunto una silhouette che è similare, se non uguale, alle croci francesi di Tolosa, di Occitania, e a quella Catara, anche conosciuta come la croce della provincia del Languedoc, certamente termini diversi di nomenclatura, ma che definiscono la stessa croce. Questo simbolo, in alcuni paesi occitani viene infatti definito affettuosamente “la cerchia”, in riferimento alle sue caratteristiche di rotondità, e per la sua somiglianza a un monile circolare. Ed era proprio questa la tendenza che si doveva assolutamente evitare sul quarto di Pisa; quello di francesizzare.

Per concludere in bellezza, ci troviamo sorpresi e meri testimoni anche da un’altra novità inaspettata, una decisione insolita, non usuale, che ci fa pensare e riflettere, sul perché delle motivazioni per decidere queste “necessarie” modifiche.

E’ risaputo, che tutti i vessilli della Marina Militare Italiana, fino dalla loro nascita, e per tutti gli anni successivi, in riferimento ai loro cambiamenti o anche, per semplici modifiche delle stesse, venivano valutati, e poi accompagnati sempre da un decreto legislativo reale, o, negli anni della repubblica, da un decreto presidenziale, atto emanato e firmato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dal Primo Ministro proponente, tramite un controllo e l’avallo dell’Ufficio Onorificenze e Araldica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma, per quest’ultima bandiera della marina militare, quella attualmente in uso, no. Si è preferito saltare l’uso di questo iter, consolidato da una atavica tradizione, e si decide “motu proprio” di ufficializzare il cambiamento del vessillo con un semplice foglio d’ordine della marina, il n. 52 del 16 dicembre 2012.

Dopo tantissima amarezza nell’elencare queste carenze di uniformità di stile ed estetica araldica negata, l’unica nota positiva che rimane a me personalmente, è che, dopo mesi e mesi di studio e ricerche appassionate, affrontate per simulare il percorso creativo fatto dall’artista che nel 1947 aveva deciso di inserire le misteriose simbologie nel quarto veneziano, con l’unico scopo di valorizzare le dimensioni di un leone, risultante lungo e basso, rispetto alle croci di Amalfi e Pisa, che ben capeggiavano centralmente nei loro quarti, posso concretizzare la soddisfazione di avere, credo, compreso, interpretato e descritto, il giusto significato delle simbologie presenti nel quarto del leone marciano, quello della marineria veneziana.

L’aggiunta dei simboli esaminati, sono la giusta raffigurazione, dovuta a quelle esigenze estetiche del leone alato, che intendevano sicuramente sottolineare la grandezza e la supremazia della Serenissima, del suo dominio nei mari conquistati, dello “stato de mar”, dello “stato de tera” del Ducato, dei dominio geografico dei propri boschi e foreste, e della fabbrica dell’Arsenale, teoria questa che si avvale di una configurazione geografica, storica e di costume, che porta con sé tante tessere di mosaico, che formano un disegno di riferimento troppo preciso per essere casuale . Questa mia personale convinzione, viene presentata come semplice teoria, cercando di fare luce sulle famose simbologie d’oro, presenti nel quarto veneziano, che, vengono attentamente descritte ed illustrate, nella mia relazione “OSSERVAZIONI RAGIONATE SULLO STEMMA RINNOVATO DELLA MARINA MILITARE ITALIANA” del 2 aprile del 2015.

Orazio Mezzetti
C.T.U. in Scienze Araldiche del Tribunale di Ferrara.

Per scaricare lo studio di Mezzetti

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25 marzo 2019
Redazione

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