E se gli stemmi fossero tassati dallo Stato?

Niente paura, stiamo facendo un po’ di fantapolitica, nulla di più. Prendendo spunto FiloDiritto, sito di “diritto e non solo”, vi proponiamo una pagina del libro di Michel Pastoreau “Figure dell’araldica”, nel quale l’autore racconta che “nel mese di novembre del 1696 venne promulgato un editto reale che ordinava il censimento di tutti gli stemmi utilizzati nel regno di Francia, al fine di registrarli in un’immensa raccolta: l’Armorial général. L’editto non aveva affatto lo scopo di limitare l’uso degli stemmi a determinate classi sociali, come si è talora sostenuto. Al contrario, si proponeva di recensire tutti gli stemmi portati nel regno, nella speranza che fossero quanto più possibile numerosi. Perché il vero scopo dell’editto era fiscale: si trattava di uno dei tanti mezzi per fare entrare dei soldi nelle casse dello stato svuotate dalla guerra della Grande Alleanza. Sotto pena di un’ammenda di 300 lire e la confisca dei beni mobili stemmati, tutti coloro che portavano un’arme, nobili o meno che fossero, individui o comunità, erano tenuti a farla registrare e contestualmente pagare i relativi oneri, il cui importo dipendeva dalla natura del detentore: per i privati ammontava a venti lire, una somma considerevole. Chi desiderasse, in seguito, modificare il proprio stemma, doveva registrarlo di nuovo e pagare un’altra volta i diritti”.

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4 luglio 2018
Adriana Morlacchi

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