Lo “Stemmario civico” del Piemonte: un’occasione perduta ?

Il Piemonte vanta un’antica tradizione di studi araldici che è stata continuata negli ultimi decenni con iniziative e pubblicazioni eccellenti, dovute a storici tra i più accreditati della materia a livello europeo: basterà qui ricordare il volume Blu rosso & oro. Segni e colori dell’araldica in carte, codici e oggetti d’arte, (a cura di I. Massabò Ricci, M. Carassi, L.C. Gentile, Milano 1998), risultato di una mostra tenutasi a Torino e curato in maniera eccellente da esperti italiani e stranieri, tra i quali Michel Pastoureau; L’identità genealogica e araldica. Fonti, metodologie, interdisciplinarità, prospettive, Roma 2000, ancora risultato di un convegno torinese; i contributi di Renato Bordone (fra cui Araldica astigiana, Asti 2001) e Luisa Gentile (i numerosi saggi e gli ottimi volumi, tra i migliori in assoluto usciti in anni recenti, Araldica saluzzese. Il Medioevo, Cuneo 2004 e Riti ed emblemi: processi di rappresentazione del potere principesco in area subalpina, 13-16. secc., Torino 2008); o infine, in un’area storicamente contigua al Piemonte, l’edizione a cura della regione Valle d’Aosta del bellissimo stemmario civico aostano (Gli stemmi della Regione e dei comuni della Valle d’Aosta, Aosta, 2008), cui ha fra l’altro contribuito un gruppo di esperti del progetto”Araldica civica”, il più importante centro nazionale di ricerca sull’argomento.
È proprio a partire da questa considerazione che ci è parso molto deludente lo Stemmario civico piemontese or ora pubblicato a cura del Consiglio regionale (Stemmario civico piemontese, 2 voll., Forlì (?), Modulgrafica forlivese, 2016). L’opera non soddisfa le aspettative, fra l’altro perché il Piemonte, coi “consegnamenti d’arme” e la lunga tradizione di autonomie medievali è una delle regioni dove l’araldica comunale è più antica e vivace. Il lettore si trova purtroppo davanti a un prodotto discutibile sul piano editoriale e tipografico (e che certo non brilla a petto della sua omologa aostana nemmeno sotto questo profilo). Ma soprattutto ad un testo che non soddisfa le premesse iniziali, accennate nella “Introduzione” del Presidente del Consiglio regionale (p. III). Si sostiene infatti ivi che il volume è utile «per la comprensione degli eventi e delle tradizioni che costituiscono il nostro retroterra culturale»: ma occorre dire che in realtà il libro non realizza affatto questo scopo e l’oggetto della pubblicazione rimane muto per il lettore, specialista e non, il quale alla fine ne saprà quanto prima di un fenomeno storico di cui si parla e non avrà vista appagata in alcun modo la sua eventuale curiosità. Né lo sovviene la Presentazione del curatore, Paolo Edoardo Fiora di Centocroci (pp. V-XII), che contiene un profilo storico sulle origini dell’araldica assai poco lucido e convincente.
Per il resto, il volume contiene singole schede sui comuni della regione, ove si riportano solo una blasonatura degli stemmi, i dati sui decreti di riconoscimento e concessione (la cui completezza è da indagare) e un brevissimo cenno sulla toponomastica del luogo, tratto dal Dizionario di toponomastica e dalla collana “Comuni del Piemonte”: ma nessuna analisi di carattere storico e storico-araldico o sussidio esplicativo per il profano. Se almeno le illustrazioni coi vivaci disegni degli stemmi fossero leggibili, si potrebbe anche sorvolare sull’apparato insufficiente: ma purtroppo non è così, le immagini, scaricate da siti web, a bassa risoluzione (a quanto è dato vedere, anche da araldicacivica.it, e, ci si dice senza le dovute autorizzazioni) e sfocate, non appagano l’occhio e rendono anzi illeggibile il libro anche solo dal punto di vista di una raccolta iconografica. Se fra l’altro il sito araldicacivica.it fosse stato interpellato, avrebbe probabilmente acconsentito a riproduzioni di migliore qualità.
Sorprende infine che, proprio all’inizio del volume, nella scheda sullo stemma della Regione Piemonte (p. XV) si sia di fronte a un errore piuttosto grave. Si sostiene infatti che lo stemma del Piemonte riprenderebbe «l’antico stemma subalpino, risalente al 1424» e che «il lambello azzurro ricorda, con le sue tre gocce, le tre casate che avevano governato il Piemonte, gli Angiò, gli Acaia e i Savoia». Come è noto il lambello è il segno di brisura sabaudo e non allude in alcun modo alle “tre casate” di cui si parla. Curiosamente, il Consiglio regionale stesso aveva da poco curato l’edizione di un volume (I Simboli della Regione Piemonte. Stemma, gonfalone, bandiera: origini e disciplina, Consiglio Regionale del Piemonte, ottobre 2010), che contiene un saggio di Luisa Gentile ove si fornisce – ovviamente – la giusta lettura di quello stemma. Questa singolare lacuna bibliografica si aggiunge così, con disappunto di chi legge, alla scarna bibliografia in calce al 2° vol. (p. 605), che, quantunque in opera di divulgazione, è decisamente troppo scarna, limitandosi a poche opere obsolete, senza nessun ragguaglio della produzione araldica moderna.
Riteniamo che, nel panorama degli stemmari regionali e provinciali italiani (dove si alternano buoni lavori a lavori meno curati), il Consiglio regionale del Piemonte abbia perso un’occasione per offrire un prodotto utile, informato e piacevole, sia come pubblicazione di rappresentanza, sia per l’informazione dei cittadini.

Alessandro Savorelli

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La copertina del primo volume di “Stemmario civico piemontese”

29 luglio 2016
Redazione

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